Nomine UE, l’Europa continua a non far sognare

Il nuovo quadro delle istituzioni europee dopo il voto dello scorso maggio, conferma l’assenza di ambizione e di coraggio nelle scelte dei vertici comunitari. Il dream team, in grado di rilanciare l’immagine piuttosto malconcia dell’Europa, non c’è. Mancano personalità di spicco, se si esclude forse il neo presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk. E l’Italia non contribuisce ad alzare il livello della squadra.

La nomina di Federica Mogherini al ruolo di Alto Rappresentante per la politica estera e della sicurezza dell’Unione è una vittoria straordinaria di immagine per il premier Renzi, che conferma anche in Europa la sua ben nota determinazione. Ma il presidente del consiglio italiano ha dovuto spendere un enorme capitale politico e personale per ottenere un risultato che in termini di sostanza equivale a zero.

Il ruolo di Lady PESC (termine astruso e peraltro improprio, con il quale si definiva il “ministro degli esteri dell’UE prima della creazione dell’Alto Rappresentante con il Trattato di Lisbona) non ha infatti alcun potere reale; non può essere il ministro degli esteri dell’Unione semplicemente perché non esiste una politica estera europea, che viene invece custodita gelosamente dai singoli governi nazionali.

In più, dal momento che la poltrona di Alto Rappresentante comprende anche quella di vicepresidente della commissione europea, la Mogherini avrà grande difficoltà (come la ebbe l’uscente baronessa Ashton) a partecipare alle importanti riunioni della Commissione, essendo impegnata a stringere mani e intervenire a convegni in ogni parte del mondo.

Per lo svolgimento delle sue poche funzioni, l’Alto Rappresentante potrà contare su un esercito di circa 2000 dipendenti del Servizio europeo per l’Azione esterna, dislocati sia a Bruxelles che in tutte le capitali del Pianeta. Ma si tratta di un esercito senza armi, guidato da un comandante che al più può mettere in campo la propria buona volontà ma che non ha gli strumenti essenziali per operare.

C’è da chiedersi se ne valeva la pena. Se le priorità di Renzi in Europa coincidano con le priorità del paese e dell’Europa. La risposta è no. Non ne valeva le pena. Renzi ha condotto (e vinto) una battaglia di immagine, la sua vera e forse unica specialità. Una battaglia seguita senza entusiasmo da un’Italia depressa e giustamente preoccupata di ben altre emergenze. E a cui le promesse e le battute non bastano più.

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