Il gioco d’azzardo di Renzi

«I 1000 giorni ultima chance per l’Italia», avverte il premier in parlamento, presentando il suo progetto di riforme. E questa volta ha ragione.  Non ci sono più margini per fallire con le riforme. L’Europa ci sta addosso, pronta a “commissariarci”, se anche questa volta, come accaduto negli ultimi 4 anni, alle parole non seguiranno i fatti.

Il discorso di Renzi, sfrondato dal consueto orpello di propaganda e di frasi ad effetto, si può sintetizzare in poche parole: dobbiamo realizzare, cioè far approvare dal Parlamento, alcune riforme “strutturali”, in particolare quella del lavoro, della giustizia e dello snellimento della pubblica amministrazione. Se le camere non riusciranno a portare a termine questi obiettivi, ci sarà una sola via di uscita, il ritorno rapido alle urne; per questo fra le riforme menzionate, al primo posto c’è lalegge elettorale. L’Italicum per il premier è una pistola carica da tenere sul  tavolo, pronta ad essere  brandita di fronte a resistenze o intoppi provenienti dal parlamento, anche e forse soprattutto dai banchi del suo partito.

La determinazione di Renzi, questa volta non è di facciata. E’ un vero ultimatum al parlamento. Il premier si sta giocando il tutto per tutto: e non solo lui, ma l’Italia. Le ragioni di questa «ultima chiamata» vanno ricercate in Europa più che a  Montecitorio o Palazzo Madama.

Nel corso dell’ultimo vertice informale Eurogruppo- Ecofin a Milano, sono emerse con chiarezza due novità che riguardano direttamentte il nostro paese (e in parte anche la Francia).

La prima è che nella commissione Juncker, l’ala pù conservatrice e rigorista del PPE, quella che fa capo alla cancelliera Merkel, ha nettamente  e prepotentemente preso il sopravvento. Il governo italiano quindi dovrà fare i conti non con il commissario francese agli affari economici e monetari, il socialista francese Pierre Moscovici, paladino della flessibilità, ma con il super-falco finlandese Jyrki Katainen, vicepresidente dell’esecutivo di stretta osservanza teutonica. Il quale ha già ammonito che dall’Italia si aspetta fatti, e che comunque un paese con un debito pubblco al 135% del PIL non può permettirsi di fare altro debito.

La seconda novità (che poi è una conferma) è che la commissione e il consiglio europeo stanno discutendo con Roma, in maniera molto riservata, di un meccanismo che consentirebbe al nostro paese di ottenere (poca) flessibilità in cambio di (molte) riforme. Non è una novità. Si tratta dei famosi «accordi contrattuali» o «contratti per le riforme» dei quali si è discusso nei vertici europei del 25 ottobre 2013  («occorre rafforzare ulteriormente il coordinamento delle politiche economiche degli stati membri»), e del 20 dicembre dello stesso anno, in cui si precisò il concetto:

E’ essenziale facilitare e sostenere le riforme degli Stati membri in settori che sono fondamentali per la crescita, la competitività e l’occupazione e che sono cruciali per il corretto funzionamento dell’UEM (Unione Economica e Monetaria, ndr) nel suo complesso. Partenariati basati su un sistema di accordi contrattuali reciprocamente concertati e meccanismi di solida rietà correlati contribuirebbero a facilitare e sostenere politiche costruttive p rima che i paesi siano confrontati a difficoltà economiche gravi.

Insomma, la commissione sarebbe disposta a concedere aperture e un po’ di flessibilità ai paesi in difficoltà, ma in cambio, attraverso un sistema di «accordi contrattuali», avrebbe effettuato un rigido monitoraggio sull’attuazione delle riforme, imponendo scelte e correzioni di tiro, ed eventualmente facendo scattare pesanti sanzioni in caso di inadempienza (tema del quale ci siamo più volte occupati su questo sito) In altre parole si tratta del commissariamento della politica non solo economica ma anche sociale e istituzionale dello stato che accetta questi accordi-capestro. Il governo Renzi ha accettato questo tipo di intrusione di Bruxelles nella gestione delle riforme, in cambio di un po’ di flessibilità? Non si capisce, ci sono delle trattative segrete in corso, ma il sospetto è che alla fine sarà costretto ad accettarlo.

Da qui il tono ultimativo di Renzi al parlamento: fate voi le riforme, prima di essere costretti a farle per un diktat di Bruxelles.

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