Renzi a Bruxelles vittima del “fuoco amico”

Questione di metodo e di sostanza, non di nomi: per questo ha fallito il vertice europeo che avrebbe dovuto nominare Federica Mogherini alla carica di “ministro degli esteri” UE. E non è detto che per il capo delle Farnesina ci sia un girone di ritorno nel prossimo summit del 30 agosto.

Renzi avrebbe voluto chiudere la partita Mogherini nel summit del 16 luglio, seguendo quindi per le nomine il metodo che per il governo italiano sarebbe stato il più vantaggioso: quello del carciofo, sfogliando le nomine una per volta.

 

Ma in casa socialista qualcuno ha pensato di rilanciare la partita, a causa anche dell’incauta assenza del premier italiano al vertice dei socialisti che ha preceduto il Consiglio straordinario. In quella sede il PSE ha deciso di alzare la posta, rivendicando non solo il posto di Alto Rappresentante, ma anche quello di Presidente del Consiglio, attualmente ricoperto da Van Rompuy. Il quadro degli incarichi di “primo livello” sarebbe quindi stato questo:

Presidente della Commissione PPE (Juncker, già eletto)

Presidente dell’Eurogruppo PPE

Presidente del Consiglio europeo PSE

Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza PSE

Andrebbe anche aggiunto il posto di commissario agli affari economici e monetari, che controlla direttamente i bilanci degli stati membri; incarico per il quale fra gli altri è in lizza il super falco finlandese Katainen.

 

In sostanza dei 4 top jobs ufficialmente in palio, Il PSE ne rivendicava la metà in nome della Grande Coalizione europea che è formata da popolari, socialisti e liberali dell’ALDE. Questo ha fatto saltare ogni ipotesi di accordo. Perché i popolari non hanno accettato, come era prevedibile, essendo il primo partito in termini di voti e di seggi a Strasburgo, una divisione paritaria con i socialisti. E poi perché l proposta ha fatto infuriare la “terza gamba” della Coalizione, i liberali, che sono stato formalmente esclusi da tutti i giochi. Infine perché ha ridato vigore alle richieste dei paesi dell’Est, in prima linea dopo l’esplosione della crisi ucraina.

 

Il presunto atteggiamento filorusso della Mogherini è stato uno dei grimaldelli usati per far saltare l’intesa, così come ha una sapore molto strumentale l’aver messo in circolazione il nome di Enrico Letta quale candidato per la presidenza del Consiglio. Mentre andrebbe approfondito il ruolo che in tutta questa partita ha giocato ed intende continuare a giocare il premier britannico Cameron, che dopo la sconfitta subita con la nomina di Juncker, ora si sente con le mani libere.

 

La proposta globale dei socialisti ha dunque messo inevitabilmente fuori gioco la strategia del carciofo di Renzi, che quindi si è visto sfumare la nomina della sua ministra degli esteri. E non è detto che questa possa avere una possibilità di successo il 30 agosto. Come ha spiegato bene l’astuto e spregiudicato Van Rompuy, «o c’è l’accordo su tutto, o non c’è accordo per niente».

Alla fine comunque all’Italia dovrebbe andare uno dei top jobs visto che il PD all’interno di S&D, il gruppo socialdemocratico a Strasburgo, è il primo partito, e che c’è un impegno dell’intero gruppo a indicare un italiano per uno degli incarichi spettanti al PSE.

 

Per il presidente del consiglio è importante portare a casa un risultato; ma non è detto che lo schema Mogherini-Alto Rappresentante UE sia ancora valido. Quando si entra in una partita con 28 pokeristi esperti, vince chi usa la massima flessibilità, guardandosi non tanto dagli avversari dichiarati, quanto dagli amici, o presunti tali.

 

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