Germania e Grecia, la democrazia a due velocità che soffoca l’Europa

La nuova fase della crisi greca solleva problemi che, a ben guardare,sono molto più importanti degli stessi affanni economici e finanziari che soffocano Atene: il problema della democrazia,uno dei valori fondanti dell’Unione europea. La nuova fase della tragedia greca, ancora ben  lontana da una conclusione, mostra infatti che in Europa convivono due diversi modelli di democrazia: uno pieno e incondizionato, ma condizionante, che fa capo alla Germania, l’altro delimitato, parziale, controllato e controllabile che è la democrazia ellenica e in misura minore anche quella degli altri paesi appartenenti al cosiddetto Club Med, cioè i paesi del sud.

Il problema è complesso e rimanda ad una serie di altre spinose questioni: cosa intendiamo esattamente con il termine “democrazia”? E che rapporto c’è fra essa e la sovranità di un popolo e di un paese? E le stesse regole valgono anche per una comunità di stati, uniti da una patto federativo? Uno dei massimi costituzionalisti italiani, Sabino Cassese, ha affrontato la questione centrale del rapporto fra sovranità nazionale e obblighi europei. Secondo Cassese, nel caso , ad esempio, dell’accordo sulla Grecia, “è sbagliato parlare di sovranità ferita e democrazia limitata” perché in un sistema di tipo federativo, come quello europeo, i governi nazionali non sono responsabili solo nei confronti dei loro popoli, ma “anche nei confronti dei governi (e, indirettamente, dei popoli) degli altri Stati europei”.

Il ragionamento non fa una piega. Eppure, con il rispetto dovuto all’autorevole studioso, è difficile in questi giorni non avvertire l’amara sensazione che Eurozone summitnell’esercizio della democrazia in Europa esistano due pesi e due misure. Occuparsi delle vicende interne della politica, dell’amministrazione, del bilancio pubblico di Atene, è ritenuto perfettamente legittimo, anzi doveroso, da tutti gli altri paesi della zona euro:  Atene ha mostrato di essere un debitore insolvente e inaffidabile, e non gode più della fiducia della maggioranza dei governi europei. Poco importa se sia diventato tale per colpe proprie, o anche a causa dell’accanimento finanziario con il quale le istituzioni europee e il FMI hanno affrontato fin dall’inizio la questione greca: occupandosi cioè innanzitutto di salvaguardare gli interessi delle banche francesi e tedesche, le più esposte sul fronte ellenico, e assai poco della sostenibilità del debito di Atene e della crescita della sua economia.

Il punto è un altro: chi ha diritto di controllare chi? La Germania lo ha certamente sulla Grecia: ma è vero anche il contrario? Qualcuno è in grado di controllare la Germania? Di contenere lo strapotere dell’ideologia tedesca del rigore, che ormai permea le istituzioni europee? La risposta è no.

Nessuno, infatti, siTsipras cupo è mai sognato di ficcare il naso negli affari tedeschi. Nessuno osa farlo, e se lo facesse si troverebbe a doversi scontrare contro un muro, contro un granitico sistema politico-finanziario-mediatico. Quando nel 2003-2004 Berlino, insieme a Parigi, sfondò il tetto del 3% di quel Patto di Stabilità e di Crescita che appena 4 anni prima la Germania stessa aveva imposto ai partner UE, nessuno immaginò di mandare la troika a Berlino, o, piuttosto, di aprire una procedura per deficit eccessivo. E questo avvenne anche grazie alla complicità dell’Italia. La storia si ripete ancora in questi anni, quando ormai stabilmente il surplus commerciale di Berlino supera abbondantemente i limiti consentiti dall’Europa, danneggiando in maniera consistente l’economia degli altri paesi europei. Da Bruxelles è venuto solo quale bonario rimbrotto, subito messo a tacere.

Al contrario della Grecia – ma anche dell’Italia, della Spagna, del Portogallo e di molti altri paesi del sud – la Germania ha costruito un efficace sistema di protezione dei propri interessi nazionali, fondato anche grazie ad una serie di sentenze della Corte Costituzionale di Karlsruhe che assegnano al parlamento tedesco un ruolo decisivo e definitivo su tutte le scelte di politica economica prese a Bruxelles.

Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, si tratta di un diritto di ingerenza a senso unico. Un meccanismo che si è sviluppato in Europa sull’onda della crisi, a partire dal 2010, e che ha sfigurato la democrazia europea. Dopo l’ignobile licenziamento di Papandreou nel 2011 da parte del trio Merkel-Sarkozy-Barroso, ora ci si prepara a dare un nuovo colpo di sciabola alla debole e indifesa democrazia greca: costringere la Grecia a cedere non solo parte della propria sovranità, ma anche una cospicua parte dei propri tesori, per alimentare il Fondo di garanzia da 50 miliardi. Una vendita naturalmente a prezzi di saldo, dal momento che il valore degli asset messi sul mercato si è dimezzato solo nell’ultimo anno.

Quattro anni fa suscitò orrore e sdegno nella parte ancora civile dell’Europa la richiesta del governo finlandese di ottenere il Partenone come “garanzia collaterale” per la partecipazione al salvataggio di Atene. Oggi, quell’orrore e quello sdegno sono superati dalla realtà.

 

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