Francia e dintorni, l’onda lunga del populismo non si è fermata

Sbaglia chi pensa che il risultato delle regionali francesi sia un fatto episodico e destinato ad esaurirsi. E’ invece il sintomo di un male più esteso che colpisce non solo la Francia, ma quasi tutti i paesi dell’Eurozona.

Ha fatto bene d il premier Valls, l’inventore della desistenza attiva, ad ammonire i suoi: “niente trionfalismi”. Perché il fenomeno del Front National non è di breve durata (come non lo è quello del movimento 5 stelle in Italia), ma andrà avanti fin quando non si verranno meno le condizioni generali che l’hanno determinato.

Il primo ministro francese, Valls

Il primo ministro francese, Valls

riferiamo in particolare alla diffusa percezione, fra tutti i popoli del Continente, dell’Europa come un’entità lontana ed ostile, pronta sempre a puntare il dito e mai a dare una mano, quando ce n’è bisogno: che si tratti di sostenere le economie nazionali o di gestire le ondate migratorie.

Il risultato elettorale francese, se da una parte è riuscito a mobilitare le “forze repubblicane”, variante d’Oltralpe del nostro vecchio “arco costituzionale”, dall’altra ha messo in luce la debolezza della politica tradizionale filo-europeista, costretta a mettere da parte le proprie radici culturali ed ideali per salvare il salvabile. C’è riuscita, per ora. CI riuscirà anche in futuro? E per quanto tempo ancora? E a che prezzo? E come spiegare ai cittadini-elettori dei 28 paesi che è giusto continuare a lottare per restare in un’Europa sempre meno comunitaria, sempre più tedesca, e che peraltro, ormai, non sta bene neanche più ai tedeschi?

Stiamo vivendo una nuova fase della crisi. Dopo quella finanziaria, quella economica e sociale, siamo nel bel mezzo di una crisi politica. Ed è un bel guaio, perché solo la politica – quella concreta e realistica, non i libri dei sogni e le fughe in avanti dei Grillo, dei Salvini e delle Le Pen – è in grado di risollevare le sorti dell’Unione Europea e di farla ripartire. Ammesso che non sia già troppo tardi.

Già in 12 paesi su 19 dell’area euro, la più colpita dalla crisi politica, i governi sono formati da grandi coalizioni: segno che la marea populista sta sempre più frequentemente costringendo i partiti filo-europeisti a sopravvivere attraverso la formazione di alleanze innaturali destra-sinistra, spesso incapaci di incidere davvero sulla scena politica nazionale ed europea.

Nell’Europa del “si salvi chi può”, alla fine potrebbe non salvarsi nessuno

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