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Cosa accade quando i potenti d’Europa si riuniscono in conclave per decidere le sorti dell’economia e della politica del Vecchio Continente? Nulla di diverso da quanto la gente si immagini: si stringono accordi, si raggiungono compromessi, si elaborano strategie, si litiga, e poi si fa finta di aver finalmente raggiunto un accordo. Ci sono alcuni paesi che decidono, come la Germania, e un po’ l’Olanda e i paesi nordici, altri che fanno finta di decidere, come la Francia, e infine altri ancora che subiscono le decisioni. L’Italia spesso è in quest’ultimo gruppo.

Alcuni articoli e libri usciti di recente in vari paesi europei, ci aiutano a fa luce su quelle “segretissime” riunioni, che in realtà così segrete non sono, dal momento che fra indiscrezioni interessate e report informali redatti dei pochi funzionari presenti a turno agli incontri, si può riuscire a ricostruire abbastanza fedelmente chi tira le fila delle decisioni europee e come porta avanti le sue strategie.

Un libro in particolare, uscito in questi giorni in Germania, prende in analisi alcune delle riunioni più delicate del Consiglio Europeo negli anni neri della crisi, dal 2010 al 2013, permettendoci di guardare quasi da un immaginario “buco della serratura“ cosa accade nelle stanze superblindate dei summit UE. Il libro si chiama “Europa’s Strippenzieher”, “I burattinai d’Europa”, ed è scritto da due corrispondenti a Bruxelles, Cerstin Gammelin, del quotidiano Sueddeutsche Zeitung e Raimund Loew della tv austriaca ORF.

Il libro racconta aneddoti e storie bizzarre, come quella del presidente cipriota che si era fatto installare un letto nella stanza della sua delegazione per schiacciare un pisolino nel corso delle interminabili discussioni notturne sui prestiti alla Grecia. O dell’ex presidente francese Sarkozy che si portava il suo cuoco dall’Eliseo, mal sopportando la cucina belga.

Ma ci sono anche resoconti molto seri di quelle interminabili riunioni. Resoconti che hanno un’unica, grande protagonista: la cancelliera di ferro. Ad esempio, proprio sul tema caldo della concessione del prestito alla Grecia e del mancato rispetto da parte di Atene degli impegni sottoscritti, nel summit dell’ottobre 2010 la Merkel lanciò una proposta a dir poco schioccante. Chiese cioè di applicare alla Grecia l’art 7 del Trattato UE, quello che cancella il diritto di voto per i paesi che violano i diritti umani. Un articolo introdotto in occasione della formazione in Austria di una coalizione della quale faceva parte un partito di estrema destra: di fatto si voleva equiparare il mancato rispetto della disciplina di bilancio alla violazione dei diritti umani.

«Non è una pubblica umiliazione, sostenne la cancelliera il 28 ottobre 2010, se si considera che viene danneggiato l’euro, tutti i paesi della zona euro, e infine la stessa esistenza dell’UE» […] «Abbiamo accettato l’art 7 per le violazioni dei diritti umani, ora dobbiamo mostrare lo stesso grado di serietà quando parliamo di moneta unica».

Nel dibattito, Sarkozy, come di consueto, fu il solo a sostenere gli argomenti della Merkel: «Non è irragionevole, la sospensione del diritto di voto è nel Trattato…». Ma il rumeno Basescu bocciò la proposta, notando come «la situazione non possa essere equiparata ad una violazione dei diritti umani». E su questa linea si attestarono Lussemburgo, Spagna e Grecia. Non è dato sapere quale posizione abbia assunto l’Italia, rappresentata dall’allora presidente del consiglio Berlusconi.
A porre fine alla discussione che stava entrando in un vicolo cieco, ci pensò il presidente del consiglio europeo, Van Rompuy: «dobbiamo approfondire l’analisi di questo argomento». Per la cancelliera fu una sconfitta. Ma forse solo apparente, perché da allora fu chiaro a tutti che la Germania non avrebbe dato il consenso a nuovi prestiti ad Atene senza adeguate garanzie.

Il cosiddetto «asse franco-tedesco» si concretizzava spesso nei summit UE in un gioco di sponda fra Merkel e Sarkozy: ma mentre la prima giocava e gioca sempre d’attacco, il secondo interveniva di rimessa. Indicativo quanto accadde in uno dei più delicati consigli europei quello in cui venne varato il fondo permanente salva-stati, l’ESM, nell’ottobre 2011. Il premier britannico Cameron, intervenendo nella discussione, chiese ai paesi europei «un’azione grande e forte», cioè di elevare la dotazione dell’ESM a 2-3 miliardi di euro. Interviene Sarko, attaccando a testa bassa, rivolto a Cameron: «hai perso una buona occasione per stare zitto: siamo stanchi delle tue critiche e del fatto che ci dici sempre cosa dobbiamo fare. Dici che odi l’euro, ma poi vuoi essere coinvolto nelle nostre discussioni». La Merkel fu più diplomatica, ma più efficace. «Lasceremo il fondo permanente al livello stabilito. Altrimenti accordiamoci per far pagare anche i paesi dell’area non-euro». Cameron capì il messaggio e non parlò più.

I successi tedeschi nelle trattative europee sono dovuti a vari fattori: al peso specifico dell’economia e della politica tedesca, alle straordinarie qualità della Merkel, nota per essere una negoziatrice “tostissima”, e non da ultimo al gioco di squadra con la Francia di Sarkozy. Uscito di scena quest’ultimo, le cose in Europa sono cambiate. La cultura politica del socialista Hollande è lontana mille miglia da quella della conservatice Merkel, e la Francia di oggi mal sopporta il rigore prussiano imposto dalla cancelliera all’intera Europa. E nei summit dell’era post Sarko il cambiamento è ben visibile.

I teorici del «bisogna andare a Bruxelles e battere i pugni sul tavolo» sono comunque avvertiti. In Europa nella stanza dei bottoni ci sono tavoli duri. E interlocutori ancora più duri. A battere i pugni troppo forte c’è il rischio di farsi male.

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