Dietro le “bacchettate” di Juncker a Renzi un monito da non sottovalutare

Juncker non è tipo che se le tenga. Le cose che ha da dire, le dice in faccia, che si tratti della Merkel o di Renzi. Ma la frase rivolta ieri al premier italiano e significativamente in risposta ad una domanda del presidente del gruppo PPE a Strasburgo, Manfred Weber, conservatore tedesco, non è solo il frutto di un’irritazione passeggera.

Intanto il neo presidente della Commissione ha rivendicato di non essere il “capo di una banda di burocrati” e di meritare rispetto in quanto il nuovo esecutivo comunitario  “non è meno legittimato dei governi”. In questo ha ragione. La sua scelta di presidente della commissione è stata in larga misura dovuta al fatto che Juncker, candidato a quella poltrona dal suo partito, il PPE, ha ottenuto una sia pur indiretta legittimazione popolare attraverso il voto nei 28 paesi nel momento in cui i popolari hanno vinto le elezioni. Un corollario inespresso ma implicito nel ragionamento di Juncker potrebbe essere questo: si può dire lo stesso di Renzi? anch’egli è legittimato dal voto popolare?

Quel che invece il politico lussemburghese ha voluto rimarcare con chiarezza è che la Commissione da lui presieduta sarà molto diversa da quella di Barroso, sempre pronto a subire la volontà del potente di turno, cioè della Merkel e prima ancora di Sarkozy.  Non ci saranno sconti per nessuno e il messaggio è rivolto all’Italia di Renzi, come al Regno Unito di Cameron; e c’è da scommettere che prima o dopo arriverà una bacchettata anche per Berlino, magari più leggera e un po’ di striscio, secondo lo stile democristiano del personaggio. Anzi, a ben guardare una bacchettata alla Merkel è già arrivata, se il primo atto del neo presidente è stato quello di andare alla presentazione del libro di Helmut Kohl, molto critico verso la Cancelliera, sua ex pupilla.

Probabilmente Juncker, navigatissimo politico, aveva messo in conto anche la reazione di Renzi, che ha risposto prima con un tweet poi con un’intervista a Ballarò: “non vado in Europa con il cappello in mano”,

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In fondo il lussemburghese, per 20 anni premier del suo paese, sa benissimo che alcuni presidenti del consiglio, come Renzi e Cameron fanno parte di quel folto gruppo di governanti che utilizzano l’antieuropeismo per finalità interne, allo scopo cioè di catturare il consenso degli elettori che si riconoscono sempre meno nelle istituzioni europee. Questo, nell’ottica di Juncker, fa parte delle regole del gioco, e un politico di razza come lui non se ne può scandalizzare. Ma nello stesso tempo mette in guardia dal continuare su questa strada: non bisogna esagerare in questa opera di delegittimazione, perché è molto pericolosa. Per tutti. Anche perché l’Italia, che fa parte dell’eurozona, non ha i conti in ordine, e l’ultima parola sulla compatibilità dei bilanci con le regole europee spetta proprio a lui, al capo della Commissione. E il verdetto arriverà presto, entro la fine di novembre. Nell’attesa quindi sarebbe meglio evitare di fare la guerra all’esecutivo comunitario, anche per non favorire la creazione di un pericoloso asse dei paesi rigoristi del nord contro il nostro paese.

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