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Sulla democrazia c’è una buona e una pessima notizia.

La buona è che la democrazia non ha mai conosciuto nel mondo una diffusione paragonabile a quella di oggi: quasi due paesi su tre adottano procedure elettorali più o meno democratiche per selezionare la propria classe dirigente. Appena 30 anni fa erano la metà. La cattiva, anzi la pessima notizia è che la stessa democrazia non è mai stata così fragile, se si eccettuano gli anni delle grandi dittature del Novecento. Ed anche la libertà – politica, civile, individuale e collettiva – che è la precondizione stessa del buon funzionamento della democrazia – non è mai stata così potentemente minacciata da nuovi regimi autocratici e orgogliosamente illiberali, oggi diffusi in tutto l’Oriente e nell’Europea dell’est.

Insomma, sull’Unione europea, e più in generale sull’Occidente, spira forte un nuovo «vento dell’est», foriero di una cultura autoritaria, se non totalitaria. Si tratta di una tendenza che si innesta nell’antico filone del dispotismo orientale, ma che ha caratteristiche proprie del Terzo Millennio, ponendosi come modello alternativo e apparentemente vincente rispetto al sistema liberaldemocratico diffuso inizialmente nel mondo anglosassone. Cosa accadrà ora che gli Stati Uniti si ritraggono dalla scena

mondiale, chiudendosi nel solipsismo trumpiano e rinnegando il concetto stesso di Occidente? Ora che Washington mette sullo stesso piano amici-alleati europei e nemici storici come la Russia e la Cina?

È questo uno dei grandi dilemmi del nostro tempo, per il quale non esistono soluzioni semplicistiche e a portata di mano, ed è uno dei temi principali al centro della riflessione nel mio libro “Il vento dell’est, democrazia e dispotismo nell’era della globalizzazione”, Laruffa editore, 2018. Gli equilibri geopolitici, figli dalla globalizzazione, sono mutati con una profondità e una velocità di molto superiori a quanto non avemmo mai potuto

Populisti d’Italia, Di Maio e Salvini

immaginare e desiderare. Nuovi modelli economici e politici si stanno imponendo come vincenti. Dalla Cina alla Russia, dalla Turchia all’Ungheria, nuovi regimi autoritari registrano crescenti consensi in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico, saldandosi con i movimenti populisti e sovranisti che hanno già conquistato importanti roccaforti nel Vecchio Continente, fra le quali d’Italia.

Ma da dove traggono origine questi movimenti populisti che costituiscono la principale insidia  per le democrazie liberali e rappresentative? Le radici culturali vanno ricercate nell’idea di «democrazia totalitaria» formatasi nella Francia del XVIII secolo sopratutto ad opera di Jean-Jacques Rousseau e messa in pratica dai Giacobini. Essa è in definitiva è il terreno comune di tutte le ideologie totalitarie del XIX e XX secolo. E oggi, sotto diverse forme, torna prepotentemente di moda con il populismo europeo e americano del XXI secolo.

L’ideologo della democrazia populista, Jean-Jacques Rousseau

L’idealizzazione del popolo come entità unitaria ed omogenea che esprime la propria sovranità non per mezzo della rappresentanza me di una metafisica “volontà generale”, apre le porte alla fine del pluralismo e del dialogo tra diversi, e quindi all’avvento di nuove forme di totalitarismo. Ed è questo il pericolo maggiore del tempo che stiamo vivendo.

 

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