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Gli attentati j di Parigi e Bruxelles hanno messo sotto i riflettori una drammatica realtà: nel paese più libero e tollerante del pianeta, il Belgio, i terroristi hanno potuto muoversi senza alcun controllo, trasformando la libertà in violenza cieca e indiscriminata. Ma forse ora le cose stanno finalmente cambiando.

Per capire la storia bisogna studiare la geografia, sostiene lo storico americano Robert D. Kaplan, e nella mappa geografica dell’Europa centro settentrionale ci sono tutte le ragioni delle difficoltà nelle quali si dibatte in questi mesi il piccolo regno del Belgio. Situato nel cuore geografico dell’Europa, paese cattolico ma propio ai confini con l’universo luterano, il Belgio è la somma di innumerevoli culture, etnie e religioni. È nato così, questo Regno, dalla fusione fredda di due  mondi che non si sono mai veramente integrati, i fiamminghi e i valloni, ma che per poter convivere in uno stesso Stato hanno dovuto dar vita ad una delle esperienze più ardite e straordinarie di federalismo, unico antidoto alla disintegrazione. Il risultato è un mosaico di istituzioni che comprende ben sette parlamenti, fra regionali e nazionali e un potere esecutivo spalmato fra governo centrale regioni e comuni.

A questo primo schema si sono aggiunti importanti fenomeni migratori: italiani, spagnoli, portoghesi, greci hanno contribuito a formare la ricchezza del paese, soprattutto lavorando nelle sue miniere. Poi c’è il retaggio coloniale, con l’immigrazione dai paesi del centro Africa e in particolare dall’ex Congo belga. Un quartiere del cuore di Bruxelles è popolato da questi immigrati di colore. Quindi l’ondata maghrebina, in gran parte proveniente dal Marocco, ma non solo. Quello proveniente dal Maghreb il gruppo sociale meno integrato e con il più alto tasso di crescita demografica. Basti pensare che nel 2009 il nome proprio più diffuso a Bruxelles fra i neonati era Mohamed.

Con l’Europa unita, infine è arrivata una nuova grande ondata  migratoria, composita, colta e molto tollerante: parliamo delle decine di migliaia di euroburacrati, giornalisti, funzionari, politici, lobbisti, imprenditori che ruotano intorno ai Palazzi della UE.

È evidente che, per un paese di appena 12 milioni di abitanti, il solo modo di tenere insieme una congerie così eterogenea di raggruppamenti sociali e religiosi era concedere il massimo di libertà: una politica repressiva e restrittiva non sarebbe fra l’altro stata compatibile con il ruolo di Bruxelles come capitale d’Europa. Per alcuni decenni, questo modello ha funzionato. Libertà totale di movimento e di espressione, democrazia e uno stato sociale particolarmente generoso hanno per alcuni decenni tenuto il Belgio apparentemente al riparo da violenze e terrorismo. Fino a quando l’equilibrio non si è rotto.

Questa frattura non è avvenuta con gli attentati del 22 marzo 2016, ma almeno 15 anni prima. Segnali della creazione di una potente rete terrorista collegata prima con Al Qaeda e poi con Daesh c’erano fin dal 2001, quando si scoprì che erano belgi i due attentatori che assassinarono il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle il comandante Massoud, il Leone del Panshir, avversario dei talebani. Ed uno degli arrestati nel 2016 in Belgio è legato proprio a quell’assassinio.

Negli anni successivi il clima a Bruxelles divenne sempre più pesante. Nella notte di San Silvestro del 2007 le autorità decisero di non far svolgere la tradizionale festa con fuochi d’artificio, tenendo la città al buio, per timore di attentati. Minacce e azioni dimostrative di stampo islamista si fecero sempre più frequenti. Ci fu qualche arresto, alcune evasioni di criminali legati alla filiera terrorista, alcune polemiche politiche, ma non ci fu mai un serio contrasto delle attività eversive che nel frattempo si andavano sviluppando nelle periferie della città.

Fin quando non si giunse all’attentato al museo ebraico di Bruxelles nel maggio 2014, e nel novembre dello scorso anno gli attacchi terroristici di Parigi e infine quelli di Bruxelles. Il Belgio, sotto shock, scoprì così di aver allevato nelle proprie periferie un covo di vipere pronte ad uccidere chiunque non seguisse i precetti della più rigida ortodossia islamista (basata sull’interpretazione wahabita del Corano, esportata dall’Arabia Saudita) e a sterminare i cosiddetti “crociati”, cioè i cristiani e gli occidentali in genere.

Quando il Belgio si è svegliato da un torpore durato molte decine di anni, ha tentato di risalire la china, approvando alcune misure di sicurezza che sono davvero il minimo indispensabile per un paese minacciato dal terrorismo. Adeguarsi ai tempi non sarà facile, Ma quello straordinario e fragile equilibrio,quel carattere aperto e cosmopolita che ha avuto il Belgio nel dopoguerra è perduto per sempre.

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