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  L’ex presidente del Brasile Luis Inacio Lula Da SIlva, quattro anni dopo il caso Battisti, sarà ospite d’onore al prossimo Expo di Milano, su invito del governo italiano. Qui di seguito pubblichiamo un commento di Emilio Vinciguerra, giornalista e saggista. Leggo sul Corriere della Sera (5 luglio u.s.) la notizia – assai sgradevole – dell’invito rivolto dal nostro giovane ministro dell’Agricoltura, Maurizio

Cesare Battisti
Cesare Battisti

Martina, all’ex presidente brasiliano, Luis Inacio Lula da Silva, ad inaugurare la serie dei dibattiti internazionali che faranno da prologo all’Expo milanese dell’anno prossimo. Che dire? Dopo il danno anche la beffa. Il danno – com’è evidente dalle cronache quotidiane – sta nella serie interminabile di scandali che hanno accompagnato (e speriamo che la filiera sia arrivata al capolinea) genesi, vagiti, primi passi e sviluppi della esposizione milanese. La beffa sarà nella presenza – accompagnata da tutti gli onori del caso – del signor Lula da Silva alla prima delle cerimonie ufficiali dell’Expo.

Il ministro Martina, nato nel 1978 (l’anno della tragedia Moro), non ha vissuto e non può ricordare la stagione del terrorismo che ha insanguinato l’Italia. Ha certamente l’età, però, per essere informato e conoscere la vicenda di Cesare Battisti, un criminale condannato all’ergastolo dai tribunali italiani che lo hanno riconosciuto colpevole di quattro omicidi. Questo “galantuomo”, sfuggito purtroppo alla nostra giustizia, grazie ad una decisione presa e difesa con pervicacia proprio dal signor Lula da Silva, se la sta spassando allegramente sulle spiagge di Rio di Janeiro, in barba alle sentenze del nostro sistema giudiziario, ai parenti delle vittime e, infine, alle nostre istituzioni (a cominciare dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) che legittimamente – ma del tutto inutilmente – ne chiesero a Lula da Silva l’estradizione. Anzi – e il particolare non mi sembra di poco conto – l’ex presidente brasiliano volle coronare proprio con il no all’estradizione di Battisti il suo mandato presidenziale. Fu quel “no”, infatti, l’ultimo atto ufficiale della sua presidenza.

Il nostro Capo dello Stato espresse “profonda delusione e contrarietà” per una scelta che definì “incomprensibile”. Tutte le forze politiche – destra, centro e sinistra (compreso il Partito democratico di cui il ministro Martina era già autorevole esponente) – reagirono con sdegno allo “schiaffo” dell’ex presidente brasiliano. Anche il Parlamento Europeo si schierò con l’Italia sostenendone la causa. Dal canto suo il signor Lula da Silva, ben consapevole della pesantezza della sua decisione, qualche mese dopo, forse per opportunismo, forse per buon senso, rinunciò ad un viaggio a Roma per partecipare ad una assemblea della FAO. A soli tre anni di distanza da quei fatti, un ministro della Repubblica si è recato a San Paolo del Brasile per invitare il signor Lula da Silva a venire nel nostro Paese dove, tra applausi e grandi onori, esprimerà – c’è da giurarlo – tutto il suo entusiasmo, la sua amicizia e il suo apprezzamento per gli italiani eredi dell’umanesimo, per l’Italia da sempre faro della civiltà occidentale e via ipocritamente elencando.

Mi domando che Paese è questo. Mi domando quale senso della dignità abbia una classe dirigente che prende calci sui denti – dati deliberatamente e a sangue freddo – e fa finta di nulla, anzi si affretta ad andare incontro – con doni ed onori – a chi glieli ha sferrati. Se questo è il senso del nostro onore, della nostra dignità e della nostra autorevolezza, perché meravigliarsi se da due anni gli indiani ci trattano a pesci in faccia sulla angosciosa vicenda dei marò? Perché facciamo finta di offenderci se nessuno, fuori dai confini nazionali, prende sul serio il nostro Paese?

Qualche giorno fa, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, inaugurando il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, ha risposto a certe critiche dei tedeschi affermando che l’Italia e il suo governo non prendono lezioni di serietà e di moralità da nessuno. Bene. E con chi irride la nostra tragica stagione del terrorismo, con chi si fa beffe del nostro sistema giudiziario e istituzionale, come la mettiamo? Lo invitiamo a starsene a casa o, quantomeno, a chiedere scusa oppure lo attendiamo sotto la scaletta dell’aereo con il tappeto rosso e la miss con un bel mazzo di fiori? Londra, Madrid, Parigi, Berlino cosa avrebbero fatto se si fossero trovati alle prese con un caso “Lula-Battisti”? Osservo che ieri, 10 luglio, la signora Angela Merkel ha espulso dalla Germania il capo del Servizio di spionaggio degli Stati Uniti (cioè del principale alleato del suo Paese) sorpreso a “spiare” subdolamente in terra tedesca.

Emilio Vinciguerra

1 COMMENT

  1. La vicenda Lula è il segno di una patologia tutta italiana, come lo è il caso dei due marò che opportunamente citavi: l’assenza di memoria storica e di orgoglio nazionale. Forse perché in fondo noi italiani non crediamo in noi stessi, nei nostri valori , nella nostra storia. Così l’amnesia collettiva diventa un comodo alibi per evitare di fare i conti con il nostro passato (e con il nostro presente). Ma senza autostima, in un mondo competitivo ed “aperto” come quello in cui viviamo, non andremo da nessuna parte

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