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Confesso di provare un crescente disagio di fronte al fumetto di pessima qualità che va in onda a reti unificate sulle televisioni italiane (e non solo) intorno al caso del feroce assassinio di un bimbo innocente di appena 8 anni. I protagonisti di questa tragedia hanno perso la loro reale identità e sono stati trasformati in personaggi di una goffa spy story: “il cacciatore”, “la madre”, “la maestra”, e così via. La trama del drammone mediatico che si autoriproduce quotidianamente si articola in una serie di sospetti, di colpi di scena, di finti scoop che ha lo scopo di trasformare 60 milioni di italiani in altrettanti Sherlock Holmes improvvisati. Insomma, è come si si mettesse in scena un grande Cluedo di massa, il gioco da tavolo che andava di moda qualche anno fa.

C’è da chiedersi quale contributo tutto questo possa portare alle indagini ed ai telespettatori. Nessuno. Se non provocare un senso di nausea e di disgusto per una spettacolarizzazione del dolore (degli altri), che solletica istinti morbosi e potenzialmente emulativi. Il fatto che in altri paesi, soprattutto negli Stati Uniti, il circo mediatico sui gravi fatti di cronaca sia la norma, non giustifica l’introduzione anche nel nostro paese di un analogo, pessimo comportamento.

Il dolore degli dovrebbe meritare lo stesso rispetto che ciascuno di noi pretende per il proprio. Ma non è davvero così. Per accertare le responsabilità ci sono squadre di inquirenti al lavoro e la telecronaca minuto per minuto da Santa Croce Camerina si limita quasi sempre ad una noiosa ripetizione di notizie già conosciute.

Tutte le tv italiane si occupano del caso, ma la Rai è in prima linea, con un esercito di inviati. Sulla rete ammiraglia Rai, Rai 1, va in onda quasi senza interruzioni la fiera dei collegamenti quotidiani con le postazioni montate in pianta stabile davanti casa della “madre”. Si comincia la mattina presto con Uno mattina, poi con i vari TG, poi con Storie Vere, e si continua con La vita in diretta nel pomeriggio, per riprendere in serata con nuovi TG ed eventualmente con i Porta a Porta o TV7, a seconda dei giorni.

Non vogliamo accusare gli inviati, che svolgono al meglio il loro lavoro di cronisti (del resto chi scrive questo testo in gioventù ha fatto il cronista di “nera”, scoprendo presto di non essere tagliato per quel lavoro), anche se alcune domande del genere “cosa prova?” o quella che inevitabilmente verrà quando sarà trovato l’assassino o gli assassini, “è disposto a perdonare?” indicano una robusta dose di superficialità e di banalità.

C’è invece da chiedersi se la Rai svolga bene la propria funzione di servizio pubblico, proponendo un talk show senza soluzione di continuità su un così brutto fatto di cronaca.

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