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Juncker con Pittella, capogruppo S&D

Il candidato del PPE alla presidenza della commissione incontra i principali gruppi politici e a ciascuno prospetta le soluzioni a loro più gradite. Il problema è che queste ipotesi sono inconciliabili

Molto probabilmente l’ex premier lussemburghese martedì 15 sarà eletto dal Parlamento europeo presidente della commissione, dopo essere stato designato dal Consiglio, cioè dai governi, al termine di un duro scontro che ha lasciato ko il primo ministro britannico Davide Cameron. Ma il modo in cui Jean-Claude Juncker ha condotto la trattativa con i gruppi parlamentari, specie con quelli della grande coalizione, PPE, PSE e liberali, lascia per lo meno perplessi.

In perfetto stile vetero-democristiano (Juncker del resto è un democristiano storico) a ciascun gruppo ha fatto balenare promesse che poi difficilmente potrà mantenere. Al suo raggruppamento, i popolari europei, e specie al presidente, il tedesco Weber, esponente della CSU e fautore dell’austerity, ha fatto capire che la sua presidenza non si discosterà dalla linea del rigore.

Con i socialisti ha avuto due incontri. Nel primo ha fatto balenare un suo assenso alla nomina di un esponente del PSE nel ruolo strategico di commissario per gli affari economici e monetari, il dipartimento che controlla i bilanci degli stati membri. Poi però ha smentito di aver preso un simile impegno. Il partito socialdemocratico non vuole assolutamente che quel posto venga assegnato ad un rigorista, come l’ex premier finlandese Katainen, PPE, che invece era e rimane il candidato della Merkel. Nel secondo incontro ha invece confermato che al PSE andrà quell’incarico di commissario.

Quindi l’incontro con l’ALDE, i liberal-democratici del combattivo ex premier belga Guy Verhofstadt, terza gamba della Grande Coalizione europea. A loro Juncker avrebbe assicurato che l’incarico di Commissario agli affari economici e monetari non è ancora né dei popolari né dei socialdemocratici.

Juncker con i gruppi politici ha giocato molto anche sulle parole, dosando a seconda delle esigenze, rigore e flessibilità, che in Europa sono diventate due bandierine ideologiche di pronto utilizzo, ma del tutto prive, al momento, di contenuti.

Il problema è che i vari gruppi si scambiano le informazioni, e questa specie di gioco delle tre carte di Juncker è stato subito scoperto creando malumori trasversali. Ma poco male. L’astuto ex capo dell’Eurogruppo sa bene che impallinare lui nel voto di martedì in plenaria sarebbe una sconfitta per l’intero parlamento, perché il prossimo candidato sarebbe direttamente scelto dai capi di stato e di governo. E che quindi sarà eletto.

I tempi poi giocano in suo favore. la scelta del nuovo commissario che sostituirà Olli Rehn sarà successiva alla sua elezione. E se formalmente l’assegnazione dei portafogli nell’esecutivo comunitario spetta al presidente della commissione, è del tutto evidente che i nomi e le caselle, almeno le più importanti, sono scelti direttamente dai governi.

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