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Con i deludenti risultati elettorali del 25 maggio, il movimento di Beppe Grillo, entrando a contatto con la complessa realtà europea, potrebbe subire una mutazione genetica. Per restare a Bruxelles e contare qualcosa più di zero, infatti, il Movimento deve “contaminarsi”, scendere a compromessi con altre formazioni politiche. Una sfida nuova per l’ex comico, che in Italia ha sempre rifiutato di stringere accordi con qualsiasi altra forza politica: una sfida che potrebbe cambiare i connotati del tradizionale radicalismo populista che è stato il segreto del successo elettorale del M5S alle scorse politiche.

I diarchi del Movimento, Grillo e Casaleggio, lo sapevano ben prima delle elezioni europee: per contare qualcosa a Bruxelles e Strasburgo il M5S, come ogni altra formazione politica, deve stringere alleanze in grado di dar vita un gruppo parlamentare. Far parte di un gruppo significa avere più soldi, più spazio negli uffici, più tempo di parola nei dibattiti; insomma, più potere e più peso. Questo lo stato dell’arte del processo di formazione dei gruppi parlamentari, da quale si evince che la forza complessiva del fronte euroscettico arriva a 159 seggi su 751, comprendendo però nel conto anche i Tories britannici di Cameron.

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Per formare un gruppo (leggi qui per saperne di più) è necessarioche vengano rispettati 3 requisiti fondamentali; un minimo 25 parlamentari, la presenza di deputati provenienti da almeno 7 paesi e infine una certa omogeneità politica. Non è facile, come stanno sperimentando sia Nigel Farage e Marine Le Pen. I due leader della destra per dar vita ai loro distinti gruppi anti-europei stanno incontrando molte difficoltà: hanno i numeri in abbondanza, ma mancano gli altri 2 requisiti.

Per questo Grillo e Casaleggio, già dallo scorso anno, come documentato da questo sito il 6 dicembre 2013 , stavano lavorando da tempo ad un’alleanza strategica con Farage, che qualche mese prima aveva rilsmirk_1630991iasciato al sito di Grillo una video-intervista in inglese, senza freni, come è costume del leader Ukip.

All’epoca forse il M5S pensava di fare il pieno alle europee. Ma a conti fatti ha portato a Strasburgo 17 deputati, mentre Farage ne ha 24. E’ chiaro che sarà il partito più forte a gestire l’agenda e legrill priorità del gruppo. E l’agenda dell’Ukip è molto diversa da quella del M5S; il grillismo ad esempio vuole che l’Italia esca dalla moneta unica, gli euroscettici britannici progettano un referendum per far uscire Londra dall’Europa.

Ci sono poi enormi problemi di compatibilità politica fra un movimento antisistema che non vuol essere né di destra né di sinistra come il M5S, ed un partito come quello di Farage che chiaramente si attesta su posizioni fortemente di destra, su temi come l’immigrazione (anche quella comunitaria). E non è un caso che l’ipotesi di un’alleanza abbia provocato una levata di scudi nel Movimento.

Come non è un caso che Grillo, nell’intervista al Telegraph, rilasciata dopo il pranzo con Farage a Bruxelles, abbia difeso il suo possibile alleato assicurando che «non è razzista».  Grillo  sa benissimo che a quest’intesa non ci sono molte alternative, anche se il prezzo sarà molto alto per l’ex comico, che sarà costretto a convivere con un alleato più forte e ingombrante.

Anche per Grillo dunque è giunto il momento delle scelte. Non allearsi con Farage per cercare altre alleanze, come i liberali dell’ALDE che sono iper-europeisti, sarebbe un controsenso. Andare Marine_Le_Pen_vola_nei_sondaggiancora più a destra con la Le Pen, è impensabile.

Al matrimonio di interesse con l’Ukip esiste realisticamente una sola alternativa: andare avanti da soli, duri e puri, come in Patria, senza scendere a compromessi. Consegnandosi però ad un destino di totale irrilevanza, più marcata che in Italia. La protesta con cartelli e magliette nelle aule europarlamentari quasi sempre semi-deserte e senza diretta tv non impressiona più nessuno in Europa, e sopratutto non fa notizia in Italia. Come ben sanno generazioni di eurodeputati italiani di ogni colore politico che hanno sempre lamentato l’assenza di interesse da parte dei media nazionali sul loro lavoro e sulle loro proteste.

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