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La vittoria del leader del partito popolare “riformato” (oggi si chiama “partito popolare lista Kurz ed è fortemente spostato in direzione della destra populista)  mostra alcuni elementi di continuità con le elezioni che si sono svolte negli ultimi 12 mesi in vari paesi europei (Olanda, Francia, Gran Bretagna, Germania). E un’analisi del voto austriaco forse potrebbe fornirci qualche utile indicazione per capire in quale direzione potrà andare la politica italiana nelle elezioni del prossimo anno.

Il primo dato che emerge dal voto del 15 ottobre è la metamorfosi di un partito storicamente di centro, il popolare OVP, che fa propria l’agenda anti-immigrati lanciata dal partito populista di estrema destra FPO. La svolta non è stata indolore, ed è stata nello stesso tempo causa ed effetto della conclusione di un ciclo storico per la politica del paese: quella della grandi coalizioni che per quasi 70 anni ha assicurato una crescita economica ed un livello di benessere diffuso che hanno pochi pari nel mondo. Ma l’immobilismo di coalizioni divenute con il tempo troppo consociative, ha anche ingessato la politica austriaca.

A rompere lo schema dell’alleanza popolari – socialdemocratici sono stati due fattori: la fine delle risorse illimitate per sostenere uno stato sociale sempre più costoso, e l’arrivo massiccio di immigrati, specie di quelli di religione islamica. Oggi il 10% della popolazione austriaca è composta da immigrati: si tratta di uno dei tassi più alti dell’intera Unione Europea. Una presenza così massiccia ha comportato non solo uno sforzo molto complicato di integrazione e di convivenza fra culture molto diverse, ma anche la condivisione di risorse economiche – sempre più scarse – che un tempo erano destinate alla sola popolazione “indigene” e  che oggi invece vanno divise con i nuovi arrivati. La rabbia e soprattutto la paura che hanno caratterizzato il voto austriaco nascono da qui.

Non ci si può stupire che questi sentimenti esistano e siano così diffusi, specie fra le classi popolari, che nelle presidenziali austriache del 4 dicembre 2016 votarono in massa (l’85%) per il candidato dell’ultradestra Hofer.

Una vittoria del partito populista di estrema destra Strache avrebbe senz’altro portato l’Austria sulla via dell’isolamento dall’Europa, strizzando l’occhio ai paesi dell’est riuniti nel del Gruppo di Visegrad. La vittoria del popolare Kurz, forse, lascia aperta una flebile speranza che questa deriva populista possa essere almeno in parte mitigata dai vincoli europei e della collocazione dell’OVP del futuro cancelliere nello stesso PPE (Partito Popolare Europeo) di Angela Merkel: dove peraltro trova ospitalità anche Fidesz del discusso presidente ungherese Orban.

Un altro elemento assai rilevante del voto austriaco è la crisi delle socialdemocrazie. Una crisi che sembra ormai quasi inarrestabile, specie se guardiamo al voto in Olanda, Francia e Germania.

La chiave interpretativa per capire gli affanni delle nostre democrazie è proprio qui. Solo oggi ci accorgiamo di una crisi sistemica che in realtà è iniziata 30 anni fa, con il passaggio, a partire dalla metà degli anni 80, di una parte rilevantissima e crescente dell’elettorato popolare dalle socialdemocrazie alla destra populista. Lo abbiamo visto in Italia, quando la roccaforte storica del socialismo, Milano, passò in pochi mesi dalla socialdemocrazia al populismo leghista, con l’elezione nel 1993 di Marco Formentini a sindaco.

Da allora l’emorragia di voti per le sinistre riformiste non si è più arrestato, pur procedendo fra alti e bassi. Lo stesso processo lo abbiamo visto nella Carinzia di Haider, nella Rotterdam di Pim Fortuyn, nella Francia meridionale con Marine Le Pen.

La crisi di uno dei due poli della coppia destra-sinistra che ha caratterizzato l’intero Novecento, ha provocato la fine di questa storica frattura ideologica della politica europea. Anche la destra è cambiata. Il conservatorismo cattolico-moderato è scomparso dalla scena continentale, relegato ormai ad un ruolo marginale in piccoli paesi, come il Lussemburgo. Al suo posto è nata una destra neo liberista, anch’essa oggi in crisi, perché paga la crisi il modello neo liberista.

Siamo in n passaggio critico per la democrazia europea, che oggi deve dimostrare non solo di possedere i valori di libertà che sono alla base dell’idea di Europa, ma anche di saperli attuare e difendere. La necessaria apertura a migranti e rifugiati deve essere accompagnata da un processo di integrazione, di selezione e soprattutto di contenimento degli arrivi, e da un costante impegno a far rispettare i valori liberali sui quali si fondano le nostre società.

Forse l’Europa, e con essa i suoi fondamenti democratici, riuscirà a sopravvivere a questa stagione di paure e di rancore: è auspicabile ma non è scontato. Le elezioni in Austria, come quelle in Germania, Francia, Olanda sembrano indicare una debole tenuta delle forze democratiche, ma in un recinto politico sempre più ristretto, assediato da movimenti populisti e nazionalisti. 

Che fare allora? Le grandi coalizioni destra – sinistra, risposta estrema all’assedio dei populisti, sono in crisi dappertutto, specchio delle crisi più profonda delle tradizionali categorie di destra e di sinistra. Bisogna prendere atto che la nuova frattura ideologica non è fra conservatori e progressisti, concetti sempre più distanti dalla realtà di un mondo globalizzato, ma fra chi accetta, criticamente, la sfida della globalizzazione e chi la rifiuta in blocco, proponendo un modello identitario-nazionalista, che è già stato responsabile delle più grandi tragedie del Novecento, a partire dalle due guerre mondiali.

Ma che speranze di sopravvivenza ci sono per quei paesi che si chiudono in sé stessi? E come non capire che il destino di tanti piccoli paesi in un’economia ormai mondializzata è quello di finire sotto il controllo dei paesi più forti e delle sfere di influenza delle potenze globali? Piccole colonie di nuove e antiche potenze colonizzatrici.

Oggi non si può tornare indietro da processi che hanno portato alcuni miliardi di persone ad entrare a far parte, da protagonisti, dell’economia planetaria. Dopo il 1942, il mondo è cambiato per sempre. Non si può pensare di far tornare indietro i processi della storia.

Semmai è necessario governare questi processi, cercare di rendere “intelligente” la globalizzazione, per usare la felice espressione di Dani Rodrik, senza rinunciare alla democrazia e senza mettere in discussione quello che per noi cittadini del Vecchio Continente è l’ultimo scudo contro gli effetti nefasti di una globalizzazione poco intelligente: l’Unione Europea, che certamente ha molti difetti, ma che spesso è accusata ingiustamente di colpe che non sono sue.

 

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