Torna in libreria «La strage dei pettinai»

Complottismo e “caccia all’untore”, depistaggi e tentativi di insabbiamento giudiziario, reticenze e testimonianze ambigue, false verità (o fake news, se si preferisce per stare à la page) e speculazioni a sfondo politico, l’arroganza di pochi agitatori e la pavidità della “maggioranza silenziosa”, il periodo storico fatidico (1848) e il fatto improvviso che stravolge e trasforma in incubo la banalità di una qualsiasi giornata di quasi estate di un qualsiasi paesino periferico. Ci sono le vittime misere e incolpevoli e gli ottusi carnefici a loro modo anch’essi – per un certo verso – da considerarsi incolpevoli perché vittime a loro volta di stupidità e ignoranza e, forse, di “giochi politici” che passano sopra le loro teste di gente segnata da grettezza e analfabetismo (in paese l’unico che sa leggere e scrivere è il parroco).

Gli ingredienti per un legal thriller ci sarebbero proprio tutti. Ma non si tratta, qui, di una sceneggiatura da film né di un romanzo giallo. Il libro di cui parliamo, “La strage dei pettinai” di Paolo De Luca, è invece la cronaca puntuale e rigorosa di un drammatico accadimento di storia locale e di un processo che tra incertezze e colpi di scena si protrasse per alcuni anni fino ad arrivare ad una ricostruzione della verità (tutta la verità?) e alla condanna dei colpevoli (tutti i colpevoli?). Una storia vera, insomma, che colpisce in profondo perché la verità di norma raggiunge punte di abiezione più alte di quelle create dalla fantasia ed è più terribile della finzione perché fatta di crudeltà, di dolori, di infelicità, di ingiustizie, di massacri impressi sui corpi degli uomini in carne e ossa.

L’editore Rubbettino, a 34 anni dalla prima edizione da tempo esaurita, ripropone – e non a caso in tempo di pandemia da Coronavirus – con nuova veste grafica il bel saggio di De Luca che racconta, appunto, una brutta pagina di storia meridionale (una pagina di “ordinaria follia”), una fra le tante che insanguinarono il Regno delle Due Sicilie negli anni che precedettero l’Unità d’Italia. È una storia di pregiudizi e di ingiustizie, di oscurantismo e di sangue, di violenza e di omertà, nel quadro di una società calabrese percorsa da una profonda inquietudine e scossa da frequenti ribellioni anti-borboniche, rivolte contadine, feroci repressioni.

La vicenda si svolge sul finire del mese di maggio del 1848 (l’anno che incendiò tutta l’Europa) a San Giorgio Albanese, paese arbȇreshȇ del cosentino, e narra del tragico destino di tre venditori ambulanti di pettini di legno e di altre cianfrusaglie originari della vicina Scigliano. I tre – “forestieri” ma, a quanto risulterà, assidui nel paese di San Giorgio – vengono guardati con sospetto dai paesani perché vendono illegalmente l’arsenico (utilizzato, per altro, dagli allevatori di bachi da seta – una delle principali attività imprenditoriali della zona – per proteggere i loro preziosi bozzoli dall’assalto dei topi). Era illegale la vendita dell’arsenico perché proibita con decreto regio da Ferdinando II di Borbone in seguito al colera che nel 1837 aveva devastato l’Europa e in particolare il Regno delle Due Sicilia. La diffusione del morbo era stata attribuita proprio ai venditori di arsenico – gli “untori” della situazione – dalla superstizione e dall’ignoranza del popolino e non solo di esso visto che nella fattispecie – come ricorda l’Autore – anche il cardinale Trigona, arcivescovo di Palermo, e l’allora notissimo docente di scienze naturali, professor Scirinà, mantennero nei confronti del colera un atteggiamento ben lontano dalla realtà scientifica. Comunque, per i sostenitori della casa reale gli “untori” appartenevano ai gruppi liberali e rivoluzionari impegnati a provocare caos e ribellioni, di contro per i liberali gli “untori” erano agenti prezzolati dai Borbone con l’intento di attuare una politica “malthusiana” di contenimento della popolazione.

Ma torniamo ai tre “pettinai”. Mentre erano a cena nella osteria della quale erano clienti fissi ogni volta capitavano a San Giorgio nei loro giri di ambulanti, qualcuno (nella fattispecie un certo Giorgio Dramis) diffuse la voce che erano arrivati in paese per avvelenare le fontane con il loro arsenico. Fu un attimo: in un’orgia d’isteria collettiva, gli abitanti del paese, «non esclusi donne e bambini» – come racconta nella sua relazione il Supplente giudiziario di San Giorgio, Nicola Mascia – «si diedero alle furie» e dopo aver linciato i tre sventurati, diedero i loro corpi alle fiamme, in una località appena fuori dal centro abitato, denominata «Calvario».

Paolo De Luca, seguendo fedelmente la documentazione custodita nell’Archivio storico di Cosenza – ripercorre tutte le tappe del processo durato una decina di anni. Pagina dopo pagina, testimonianza dopo testimonianza, i contorni del dramma dei tre “pettinai” assume contorni sempre più precisi. Il processo fu inizialmente frettoloso e inconcludente. Piuttosto chiaro l’intento di insabbiare tutto da parte del primo giudice inquirente sia per svelenire il pesante clima instauratosi tra la popolazione sia per non creare ulteriori problemi alla amministrazione borbonica. Successivamente, fra battute d’arresto e nuove indagini, venne ripreso e solo dopo una decina d’anni riuscì in parte ad arrivare a sentenza e a rendere parziale giustizia ai parenti della vittime.

Insomma, si può dire, giustizia in qualche modo alla fine ci fu. Ma sicuramente parziale perché se è vero che almeno tre dei responsabili (due dei quali, per altro i principali sospettati, nel frattempo erano morti) vennero condannati a tredici anni di prigione, la fece franca tutta la plebaglia che al linciaggio dei tre sventurati “pettinai” aveva partecipato direttamente e attivamente. E, soprattutto, come nota l’Autore, non si fece luce sul perché di quella furia omicida. “Lo spargimento di arsenico nelle fontane pubbliche – nota De Luca – era una forma arcaica, ma pur sempre terribilmente efficace, di “strategia della tensione”, i cui mandanti ed esecutori, allora come ai giorni nostri, non vennero mai scoperti: come abbiamo visto borbonici e liberali si accusavano a vicenda, ed in definitiva ognuna delle due parti ne trasse profitto in termini politici”. I liberali ottenevano il caos che cercavano mentre ai borbonici premeva che l’attenzione dei sudditi passasse dalle idee rivoluzionarie che stavano infiammando l’Europa (e che anche nei paesini della Calabria trovavano una qualche eco) ai più circoscritti fatti locali. C’è da aggiungere – rileva sempre l’Autore – che in quell’intrecciarsi di fatti criminali e di processi surreali un ruolo rilevante lo giocavano spesso anche le bande criminali una delle quali, guidata dal brigante Urtale, era particolarmente attiva in quella parte di “Calabria Citra” dove è situata San Giorgio Albenese. Responsabilità dirette dei briganti, nel caso dei “pettinai”, non vennero accertate (anche se uno dei principali imputati, il citato Giorgio Dramis, era sospettato di far parte proprio della banda Urtale) e piuttosto, preferisce concludere De Luca, “è nostra convinzione che gli avvenimenti di San Giorgio siano stati null’altro che il prodotto di una demenza collettiva, influenzata e in parte determinata dal contesto di profonda insicurezza in cui vivevano le popolazioni meridionali in quell’epoca”.

In ogni caso, quel che più colpisce in questo racconto non è tanto l’accidentato percorso processuale – costellato, come s’è detto, da un’infinità di errori ed omissioni – quanto la variegata galleria di personaggi che sfilano davanti ai giudici e che tornano a nuova vita pagina dopo pagina, con le loro paure, le loro meschinità, le loro debolezze; in definitiva con tutta la loro umanissima fragilità. Fra di essi spicca il pavido arciprete del paese, don Carmine Dramis, un «don Abbondio» calabrese, che firma con grafia tremante la sua reticente deposizione davanti al giudice. Aveva tentato inutilmente di sedare gli animi, ma poi, spaventato dalle minacce, aveva finito per coprire con il silenzio i responsabili materiali della strage. Anche nella piccola San Giorgio Albanese, come nella grande Milano della peste del 1630, descritta dal Manzoni, «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Emilio Vinciguerra

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