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I movimenti a vario titolo antieuropeisti o eurocritici raggiungerebbero il 30% dei voti alle prossime elezioni europee e portando a Strasburgo 218 parlamentari su 751. La notizia, proveniente da Londra, dal think tank Open Europe, è stata rilanciata anche nel nostro paese con risalto da alcuni quotidiani, come il Giornale e La Repubblica.

Schermata 04-2456778 alle 14.57.24Si tratta naturalmente di pure ipotesi di lavoro, basate sull’ultimo sondaggio pan-europeo realizzato da VoteWatch Europe  e integrato con altri sondaggi di opinione che probabilmente tengono conto in particolare dell’annunciata, forte affermazione elettorale nel Regno Unito del partito euroscettico britannico UKIP. Open Europe è un think tank autorevole e credibile ma non è certo favorevole ad una maggiore integrazione europea. Anche per questo, gli scenari proposti vanno esaminati con attenzione, perché le conseguenze di una così massiccia vittoria di forze che in varia misura sono contrarie all’UE possono essere molte e molto complesse.

La prima conseguenza è che la geografia politica del prossimo europarlamento potrebbe essere diversa da quella attuale, anche se alla fine non troppo diversa. In sostanza, ci sarà una affermazione dei movimenti populisti ed euroscettici, ma non sarà uno tsunami, come dicevamo in un precedente post. Questi raggruppamenti, infatti, come ha spiegato nel suo editoriale su La Repubblica del 30 aprile 2014 Andrea Bonanni, non sono in grado di coalizzarsi per dar vita ad un raggruppamento unico, perché sono troppo diversi tra di loro: i fascisti greci di Alba Dorata, non potranno mai stare insieme con i comunisti di Tsipras o con gli euroscettici britannici di Farage o con i grillini italiani. Insomma, il variegato universo euroscettico sta costruendo una specie di torre di Babele nella quale ciascuno parla una propria lingua e non è in grado di comunicare con gli altri per costruire qualcosa.

Da qui discende la seconda conseguenza, sottolineata dagli analisti di Open Europe. L’Europa, nonostante la significativa affermazione degli eurocritici e il calo dei partiti tradizionali, «continuerà ad essere dominata dai partiti favorevoli allo statu quo o ad una maggiore integrazione», come PPE e SD, in primo luogo. Ci sarà in sostanza una polarizzazione fra chi è pro e chi è contro l’Europa. E la prime vittime di questa situazione saranno quelle forze, come i britannici di Cameron, che chiedono una «profonda riforma» dell’UE, e che sono dati in calo dal 53 al 39%.Quindi

«L’effetto finale del voto anti-Ue potrebbe quindi essere paradossalmente quello di far diventare l’Unione Europea più integrazionista»

Meno convincente la terza e ultima conseguenza, secondo la quale sommando gli ipotetici non votanti (appena il 43% ha votato nel 2009, mentre il 57% ha disertato le urne) con il voto euroscettico, si otterrebbe una maggioranza del 74,4% di elettori che votano contro l’Europa, mentre solo il 25,6% sarebbe attivamente favorevole ad una maggiore integrazione o al mantenimento dell’attuale situazione. E’ sbagliato per definizione infatti ritenere che i non voti siano tout-court voti contro: nessun sondaggista serio autorizzerebbe una simile interpretazione.

Tuttavia, l’aumento dell’area del non voto è il segno di una disaffezione crescente sulla quale sarebbe bene che i futuri eletti si pongano qualche domanda.

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