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Osservando con un po’ di distacco (e di disgusto) questa vociante anteprima di campagna elettorale, si ha l’impressione che in lizza non ci siano partiti con programmi e ideologie diversi, ma fra tre-quattro formazioni populiste. Berlusconi, Renzi, Di Maio e Salvini fanno a gara a chi le spara più grosse, in termini di promesse elettorali. E questo non è certo una novità, né deve scandalizzarci, perché una spruzzata di populismo fa parte da sempre della lotta politica, e non solo in Italia.

Quel che invece sconcerta e probabilmente disorienta l’elettorato è una certa inversione di ruoli, un «cambio di casacca» specie fra due dei 4 contendenti: Renzi e Di Maio. Quest’ultimo ha ormai indossato il doppiopetto d’ordinanza e cerca spasmodicamente il contatto con le odiate elites, esponenti dell’economia e della finanza, insomma, i poteri forti per eccellenza. Forse riuscirà a rassicurarli sul fatto che il M5S non è più quello del comico urlatore Beppe Grillo, delle invettive contro il sistema e del Vaffa Day. Ma quanti elettori, dei quali il M5S interpretava la rabbia ed il rancore, saranno ancora disposti a dargli credito? Se un movimento di protesta diventa un movimento di proposta, vengono meno le ragioni stesse della sua esistenza.

Un percorso analogo ma inverso lo ha seguito Matteo Renzi. Anche questa non è una novità. In definitiva, il concetto stesso di rottamazione, come il giovanilismo su cui questo concetto si fonda, sono valori squisitamente populisti. Ma da almeno un anno (prima del referendum del 4 dicembre 2016) Renzi ha sposato per intero non solo lo stile  ma anche il metodo populista, tentando di inseguire i grillini sul loro stesso terreno. L’inutile battaglia sui cosiddetti vitalizi dei parlamentari ne è un esempio. Un altro è la crociata contro l’Europa dello «zero virgola» Allo stesso modo l’utilizzo mediatico e politico della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche come strumento della campagna elettorale, finisce per proporre l’immagine di un PD come partito anti-sistema. In tal modo, Renzi non guadagnerà i voti degli elettori grillini o di quelli della destra berlusconiana o leghista, ma probabilmente perderà una parte dei consensi degli elettori di centrosinistra, i quali, sono gli unici veri «conservatori» e comunque sono rispettosi delle istituzioni.

L’imitazione dell’altro, insomma, non produce consensi ma crea ulteriore confusione. Della quale certamente si avvale chi lo stile populista l’ha inventato e lo sa esercitare con estrema perizia: Silvio Berlusconi. Il quale, non a caso, è riuscito a porsi al centro della scena politica, togliendo la scena ai suoi avversari.

 

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