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Matteo Renzi, andando a parlare di Rai in casa Rai, ha fatto un’abile operazione politico-mediatica, sperando in qualche ritorno in termini di consensi elettorali. Infatti, se si potesse misurare il grado di simpatia del cittadino medio nei confronti dell’azienda di servizio pubblico radiotelevisivo, probabilmente si avvicinerebbe allo zero. Anche se la Rai è un po’ come l’Europa; tutti ne dicono peste e corna, ma a conti fatti la maggioranza dei cittadini ritiene che sia un “male” necessario.


Il capo del governo quindi ha sparato a zero sulla Rai, sull’invasione dei partiti, sulle spese eccessive, sugli sprechi, sui conduttori, sul sindacato, certo che la maggioranza delle persone che lo stavano ad ascoltare a casa gli avrebbe dato ragione. E così probabilmente è. Perché dal punto di vista del cittadino comune è difficile contestare che un’azienda partecipata e che vive in larga misura dei proventi di una tassa, il canone, possa legittimamente astenersi da un pur oneroso contributo di solidarietà (150 milioni), chiesto in un momento molto difficile per il paese e quando centinaia di aziende, anche di medie e grandi dimensioni, chiudono ogni giorno i battenti.

Se Renzi ha agito da abile politico, la replica del conduttore Giovanni Floris è parsa debole («perché non chiedete un contributo anche a Mediaset?»); anzi ha offerto al premier una assist insperato: «Mediaset è di Berlusconi, la Rai è di tutti ed è pagata con il canone». Ma più debole ancora è stata la replica dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai: «troppo facile recuperare i soldi per gli 80 euro da chi paga le tasse e il canone invece che andare a stanare gli evasori». Una difesa d’ufficio, dietro la quale si intravvede anche il disappunto con il quale i vertici di viale Mazzini, rimasti prudentemente silenti, hanno accolto la richiesta di esborso di 150 milioni.

La Rai, per una serie di circostanze sopratutto legale alla politica, è l’ultima grande azienda pubblica italiana a non aver subìto un consistente processo di ridimensionamento. Probabilmente non sarà così per sempre, e sarebbe bene che chi gestisce questa azienda cominci a pensare seriamente ad un piano strutturale per la riduzione dei costi e degli sprechi.

I tempi della difesa degli orticelli sembra stia finalmente tramontando. Anche degli orticelli sindacali. Perchè la piccata reazione dell’Usigrai è stata provocata dall’insistenza del premier sulla riduzione delle 20 sedi regionali, che rappresentano il core business del sindacato interno dei giornalisti.

Anche Renzi però non può cavarsela dicendo che non si occupa di Rai, a differenza di tutti i suoi predecessori, a partire da Berlusconi: in effetti non ne ha bisogno, visto che il renzismo sembra vada per la maggiore a Saxa Rubra e dintorni. Che la Rai abbia bisogno di mettersi al passo con i tempi e ridurre gli sprechi è un dato di fatto, ma bisogna esser chiari: l’approdo finale di una riforma della Rai non deve essere quello di smantellare il servizio pubblico, ma semmai di rafforzarlo, dandogli una nuova dimensione.

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