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Non bisogna essere indovini per capire che il repentino riposizionamento di Casini nell’alveo del centrodestra è il segno di un imminente cambio di stagione politica. Innanzitutto, la rondine-Casini annuncia la fine dell’illusione di un grande centro. Perché la riforma elettorale che, salvo clamorosi colpi di scena, alla fine dovrebbe essere approvata, ha proprio la caratteristica di spaccare il centro politico in due parti: o di qua o di là. E’ l’effetto maggioritario che conosciamo bene, perché fu vistosamente indotto già dal Mattarellum nel 1993. Ed è esattamente l’obiettivo che si prefiggevano sia Renzi che Berlusconi stringendo un accordo sulla riforma del sistema di voto.

Casini dunque ha capito, da un pezzo, che deve cambiare strada, che l’alleanza con Scelta Civica e Mario Mauro non porta da nessuna parte e che anche Alfano, con il suo Nuovo Centrodestra, è pronto a tornare all’ovile, e sta cercando l’occasione e il modo meno indolore per farlo.

Ma perché il leader UDC si muove adesso? Perché fra meno di cinque mesi si vota per le europee, e senza un “aiutino” del Cav rischia di non passare la soglia del 4%. Anzi ha la quasi certezza di non farcela. Ma anche perché, in prospettiva, Casini sa bene che in un’alleanza di centrosinistra non avrebbe spazi. E poi Berlusconi ha dimostrato finora di essere l’unico interprete di un bipolarismo all’italiana, che gli ha consentito di restare sulla breccia per oltre 20 anni.

Con Renzi le cose cambieranno? Forse, ma non sarà facile. La pancia dell’elettorato italiano è sostanzialmente conservatrice, oltre che profondamente sfiduciata. Tant’è che con l’era Renzi, la crescita del PD nelle intenzioni di voto è stata di appena 2-3 punti rispetto ai risultati delle scorse politiche: un incremento importante, ma certo non un plebiscito.

Con la sua offensiva riformista e con l’incontro con il Cav, il sindaco di Firenze ha certamente messo in movimento il quadro politico. Ma non è detto che il porto di approdo sia quello desiderato. Che cioè, grazie alla riforma elettorale, si riesca ad introdurre in Italia un vero bipolarismo e non una replica delle solite ammucchiate incapaci di governare.

Già, ma quando ci saranno le elezioni? Sembra non così presto come qualcuno (Renzi) desidererebbe. Berlusconi, nell’intervista ad Alan Friedman sul Corriere della Sera ha detto di nutrire la speranza che con l’Italicum il voto, se «arriverà tra oltre un anno» consentirà sia al PD di Renzi che alla sua Forza Italia di superare al primo turno la soglia del 37%. Ebbene, il Cav ha detto una mezza verità. Perché Forza Italia ha effettivamente bisogno di almeno un anno per riorganizzarsi e riorganizzare intorno a Berlusconi un nuovo sistema di alleanze, mentre il tempo è nemico del segretario del PD: non è pensabile infatti che Renzi passi ancora un anno in continue accelerazioni, mentre Letta guadagna terreno e visibilità anche internazionale grazie al semestre italiano.

Per il sindaco-segretario c’è insomma il rischio concreto di rimanere imprigionato nella tela che egli stesso ha costruito nel tentativo d imbrigliare le larghe intese, per portare rapidamente e con l’aiuto di Berlusconi il paese alle urne. Il Cav ancora una volta ha giocato di anticipo spiazzando l’alleato-avversario.

Vorremmo chiudere questo post ricordando le parole scritte nel 1945, a conclusione dei propri lavori, dalla Commissione ministeriale incaricata di elaborare una legge elettorale per la futura Assemblea Costituente:
«Nessun procedimento elettorale è perfetto, tutti sono relativi alle condizioni politiche e sociali di un popolo in un dato periodo storico e i risultati dipendono non tanto dal mezzo strumentale, quanto dalla coscienza e dalla maturità politica di chi ne usa».

Una lezione che dopo quasi 70 anni ancora non abbiamo imparato.

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