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Tutti vincitori alle ultime europee? Sembra di sì, a sentire i commenti del mondo politico. E non è certo una novità nell’Italia degli eterni vincitori. Ecco, dunque, una piccola guida per orientarsi nella giungla delle opinioni post-elettorali.

Perché è così difficile capire chi ha vinto e chi ha perso all’indomani di una tornata elettorale? La ragione principale è insita nella natura stessa del voto, che è un fatto eminentemente politico. Siamo, insomma, nel regno delle opinioni, e non certo in quello di una scienza esatta. Il concetto di “verità”, quindi, ha una valore non assoluto, ma relativo.  Ci sono poi diversi registri di analisi dei risultati di una votazione, che un bravo politico sa usare piegandoli a proprio vantaggio. Nella maggior parte dei casi non si tratta di una brutale distorsione della realtà, ma solo di un’operazione dialettica che consiste nel mettere in evidenza soprattuto gli elementi che rispondono al proprio interesse personale o partitico, tacendo o ponendo in secondo piano i dati che non servono a questo scopo.

Per fortuna, a darci una mano, come nelle passate tornate elettorali, a partire dal 2003, è intervenuto l’istituto Cattaneo, che di ha divulgato una preziosa analisi “flash” dei risultati delle regionali. Uno strumento prezioso per capire chi davvero ha vinto e chi ha perso. I principali giornali hanno parlato di quest’analisi ; ma, per chi ne avesse voglia, può essere assai utile una lettura integrale del documento (4 pagine) del “Cattaneo”.  Da questo documento abbiamo tratto due tabelle di sintesi: la prima, qui sotto, ci indica quanti voti in percentuale sono stati guadagnai o persi dalle 4 principali forze politiche alle regionali del 31 maggio 2015 rispetto alle europee del 2014 e alle politiche del 2013. La seconda, forse ancora più impressionante della prima, ci dà il valore assoluto dei voti persi nelle ultime tre competizioni. Da essa emerge che le 3 principali forze politiche, PD, FI e M5S, hanno lasciato per strada molti milioni di consensi, e che la Lega solo in minima parte ha saputo trarre giovamento da questa emorragia di voti.

votipercentuali

Voti assoluti

Alla luce dell’analisi dell’Istituto Cattaneo, si può avere uno sguardo più obiettivo sui risultati delle ultime elezioni, partendo proprio dal principale partito, il PD La ministra renziana, Maria Elena Boschi dice una verità quando afferma che nell’epoca di Matteo Renzi i democratici hanno vinto in 10 regioni sulle 12 andate al voto. Ma non dice tutta la verità: perché, ad esempio, non parla di quegli oltre 2 milioni di voti smarriti per strada dal PD in appena un anno, rispetto alle europee del 2014. Un dato che sembrerebbe indicare che la luna di miele del premier con il paese attraversa un momento di crisi, se non proprio un’inversione di tendenza.

Anche Beppe Grillo mostra di muoversi sulla stessa metrica degli odiati “professionisti della politica”, quando esulta per il fatto che il M5S è primo partito in tre regioni (più tardi i risultati dimostreranno che non è così), dimenticando di dire che il Movimento non riesce a conquistare nessuna regione, e che, soprattutto, perde quasi 2 milioni di voti rispetto alle politiche del 2013. Se chiede le dimissioni di Renzi perché il partito del premier ha dimezzato i voti rispetto alle europee, per coerenza dovrebbe cominciare a dimettersi lui stesso, dal momento che rispetto alle politiche ha perso quasi il 60% dei voti.

Quanto a Forza Italia, l’insperata vittoria di Toti in Liguria, resa possibile dalle liti nel centrosinistra, riesce a mala pena a nascondere le fortissime divisioni e la vertiginosa perdita di consensi che ha portato il partito dell’ex Cavaliere a perdere il 67% dei voti (quasi 2 milioni) rispetto alle politiche 2013, quando il PDL era già in fase calante.

L’unico che ha ragione a dirsi soddisfatto è Matteo Salvini, che conquista una regione importante, asfaltando (ci si passi l’espressione renziana) sia la debole candidata di centrosinistra, Moretti, che l'”altra” Lega, del veronese Tosi. E che cresce in termini sia assoluti che percentuali, raddoppiando e anche triplicando i consensi in alcune regioni centrali. Ma è una vittoria di Pirro, perché quegli stessi slogan estremisti che gli hanno procurato tanta visibilità sono la causa della impossibilità di stringere alleanze con le altre forze di centrodestra, come Forza Italia, senza le quali non può sperare di conquistare il governo del paese.

In conclusione, non c’è granché da rallegrarsi. E, come scritto in un precedente post, ci sono due riflessioni che emergono con obiettiva rilevanza dal voto di fine maggio: lo spaventoso aumento dell’astensionismo (ha votato solo il 52,2%), solo in minima parte imputabile al “ponte” del 2 giugno, e il limbo nel quale continua a trovarsi la politica italiana, ancora incapace di superare la sua eterna transizione.

 

 

 

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