Quanti misfatti in nome del Popolo!

È un vecchio vizio quello di parlare a nome del Popolo. Un vizio da dittatori, ma che si riaffaccia anche nel nostro tempo, in cui i dittatori non ci sono (quasi) più ma prosperano gli aspiranti “uomini della Provvidenza”. Per questo fa particolare impressione, per non dire ribrezzo, ascoltare Donald Trump, presidente della più grande e consolidata democrazia del mondo, Gli Stati Uniti, rivolgersi ad un giornalista della CNN apostrofandolo come “nemico del popolo”.

La modernità pullula di “avvocati del popolo”: prima dell’esangue Giuseppe Conte, Maximilien de Robespierre, in nome del “popolo” tagliò le teste di quella parte del popolo che non la pensava come lui. Seguirono, nel corso della storia, altri signori, alcuni meno noti, altri arcinoti, che interpretarono il loro mandato sanguinario sempre “in nome del popolo”. Fra i più noti, ricordiamo Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao.

Ce n’è abbastanza per diffidare di chi afferma di parlare in nome del popolo, come è di moda con i populisti di oggi. Essi “ascoltano il popolo”, si afferma (@ Giuseppe conte e Luigi Di Maio). È vero, sono molto bravi non solo ad ascoltare, ma anche a strumentalizzare gli umori e le paure del popolo.

Ma cos’è il popolo dei populisti? È solo un’astrazione, qualcosa che non esiste nella realtà. Il popolo reale è composto da classi sociali, interessi, sensibilità, opinioni fra loro divergenti e spesso conflittuali. Il popolo dei populisti invece è un’entità omogenea, come la immaginava Rousseau, nella Francia del XVIII secolo: esso si esprime attraverso una “volontà generale” che non ammette differenziazioni. In questa visione totalitaria e metafisica del popolo non esiste il pluralismo, persino il dissenso è bandito. La volontà generale è solo il punto di vista del proprio elettorato e dai militanti più intransigenti. L’interesse generale è subordinato agli interessi particolari delle proprie constituencies, dei piccoli o grandi gruppi di pressione e di consenso.

Meglio lasciar perdere il «popolo», allora, ed evitare di definirsi portavoce di un’entità astratta, che nella realtà non esiste.

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