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Le elezioni del 2019 rappresentano un momento decisivo per l’Europa.

Non voglio usare l’aggettivo «storico» semplicemente perché in passato se ne è abusato, ma questa volta davvero non sarebbe un’esagerazione giornalistica. Le prossime elezioni, come ha ben sottolineato il Presidente Mattarella, sono davvero le «prime vere elezioni europee». È la prima volta che ci rechiamo alle urne con la consapevolezza che il nostro voto non influirà solo sugli equilibri politici del nostro Paese, ma potrà contribuire a decidere il futuro dell’intera Unione Europea.

Credo che in questo passaggio così importante per credere ancora nell’Europa, sia necessario evitare di incorrere in due errori che potrebbero avere conseguenze incalcolabili. Il primo è un eccesso di pessimismo: non siamo alla vigilia di una sorta di Armageddon populista, con il voto di fine maggio. Tutte le proiezioni fin qui disponibili sulle intenzioni globali di voto – che conosciamo grazie ad un’eccellente iniziativa del Parlamento europeo – mostrano un successo significativo ma parziale delle forze politiche che, con una definizione necessariamente generica e imprecisa, chiamiamo «populiste»: esse complessivamente dovrebbero ottenere non più di ¼ dei seggi. Bisognerà ovviamente attendere  i voti reali prima di trarre conclusioni, ma se questi sondaggi verranno confermati potremmo trarne alcune conclusioni. Innanzitutto che i i partiti anti-UE possono frenare l’integrazione europea, non fermarla. Anche perché l’idea di uscire dalla moneta unica e dall’Unione, che è stata la bandiera elettorale di molti partiti anti-sistema, ormai è portata avanti solo da spariti gruppi minoritari. Segno che i sentimenti contrari all’Unione europea, specie dopo il disastro della Brexit, non sono in fondo così diffusi come qualcuno immaginava. Ma c’è poco da rilassarsi e tirare sospiri di sollievo: sarà molto complicato ristabilire un nuovo equilibrio all’interno delle istituzioni europee, dopo che quello vecchio – come sembra – sarà destinato a saltare.

Va poi ricordato, a fronte dei proclami trionfalistici di chi già annuncia una immaginaria «rivoluzione» in chiave sovranista, che le elezioni europee servono ad eleggere i membri dell’Europarlamento, con l’indicazione del candidato alla presidenza della Commissione, mentre i commissari sono indicati dai governi nazionali, che sono in grande maggioranza formati da partiti più o meno tradizionali; così come spetta al Consiglio europeo (cioè ancora una volta ai governi) la scelta del suo Presidente.

Ma è altrettanto pericoloso l’eccesso inverso, quello di un malcelato ottimismo; comunque vada, pensa qualcuno sottovoce, la barca-Europa continuerà a navigare. Bisogna solo raddrizzare un po’ la rotta per evitare che vada a finire subito contro gli scogli. Certo, se si sceglie di continuare a galleggiare senza una meta precisa, senza idee, senza strategie di lungo respiro, come è stato dall’inizio della crisi finanziaria del 2008 ad oggi, la fine non sarà per domani. Ma probabilmente arriverà dopodomani, cioè alle europee del 2024. E fra le difficoltà che i governi europei e il parlamento di Strasburgo dovranno affrontare da subito ce n’è una della quale si parla ancora troppo poco, ma che ha invece una portata strategica, specie per noi italiani: a novembre scade il mandato di Mario Draghi alla presidenza della Banca Centrale Europea, una posizione di straordinaria importanza e delicatezza. E il nome del successore non sarà ininfluente per i destini della UE.

Ma l’Europa che vogliamo costruire deve guardare oltre le poltrone e i rapporti di forza fra partiti e governi, perché non è con operazioni di ingegneria politica che si risolvono problemi che hanno radici molto più profonde. L’Europa deve innanzitutto prendere coscienza che nel suo popolo – per una volta osiamo parlarne al singolare – si sono diffusi sentimenti di sfiducia e di paura. Sentimenti spesso indotti e strumentalizzati, certo, ma non per questo meno veri. Il Rapporto 2019 del World Economic Forum inserisce la «sostenibilità umana» fra i maggiori rischi sistemici che minacciano le società e le economie avanzate. Significa che il malessere che si manifesta corrode il nostro tessuto sociale non è legato solo alla crisi economica, ma è figlio soprattutto di un disagio sociale ed interiore che oggi ha raggiunto dimensioni ragguardevoli.

La «sostenibilità umana» dovrebbe diventare dunque la vera priorità della futura Unione europea, se vuole riuscire a rimettersi in sintonia con i sentimenti diffusi in una parte del suo popolo. Già con la drammatica crisi della Grecia, abbiamo potuto toccare con mano quanto il prevalere di una politica di cieca austerità abbia contribuito a moltiplicare le sofferenze del popolo greco, che oggi finalmente sembra pronto a risollevarsi, dopo un calvario durato dieci anni.

Per far ripartire la UE bisogna mettere davanti a tutto i cittadini europei, ricordando il monito lanciato trent’anni fa da un europeista a tutto tondo come Jacques Delors: «L’Europa – disse – è nata da un dolce dispotismo illuminato» e ha bisogno quindi di cambiare registro, di ripartire dal basso. Non bisogna, allora, aver paura di risvegliare i popoli europei, ma al contrario occorre far di tutto per svegliarli, sollecitarli, coinvolgerli in un progetto che è un destino comune.

La UE è una confederazione di Stati sovrani, gelosi della loro sovranità. Nel continente dove è nata l’idea di Nazione è difficile pensare che esse possano essere cancellate con un colpo di spugna. È necessario procedere verso un’integrazione intelligente e graduale, rispettosa delle diversità ma ambiziosa nella volontà di raggiungere il traguardo finale, la costruzione di un’Europa politica. Che non è un obiettivo immediato, ma piuttosto un faro che illumina un percorso, che non sarà né breve, né facile, né scontato.

Oggi non sono pensabili fughe in avanti né politiche dilatorie, perché il male oscuro che corrode le nostre società, i nuovi equilibri nell’economia globale, le crescenti tensioni geo-politiche alla periferia dell’Europa, impongono decisioni lungimiranti, rapide e coraggiose. La sfida delle ideologie illiberali e le spinte disgregatrici che oggi minacciano le nostre democrazie europee non possono essere combattute inseguendo movimenti populisti e sovranisti sul loro stesso terreno, che è quello della demagogia, delle illusioni, delle false promesse. Bisogna piuttosto tentare di dare risposte concrete a quell’ansia di protezione che i populisti hanno saputo intercettare ed esasperare. E nello stesso tempo è più che mai necessario trasformare un’Europa debole e divisa in un player globale che possa competere con le grandi economie del Pianeta. Nessun Paese da solo può pensare di vincere sfide così complesse. Solo l’Europa unita ce la può fare.

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