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C’era proprio bisogno che la ministra Boschi chiamasse in causa l’ex presidente Napolitano, attribuendogli la paternità della riforma del Senato? Forse sì, ce n’era bisogno.

La scelta della Boschi – certamente fra i pochi politici che non ha il vizio di parlare a vanvera – è un messaggio tutto interno al PD. Napolitano è uno dei padri nobili del Partito Democratico, anche se non particolarmente gradito a Bersani & Co. Egli è il simbolo vivente di una vecchia guardia che ha saputo rinnovarsi e guardare oltre le barriere ideologiche e politiche nelle quali, nell’ottica renziana, sono invece rimasti imbrigliati i leader della minoranza. Attribuire a lui la paternità di questa norma è un tentativo di dare autorevolezza ad una legge che ha così profondamente diviso le varie anime del PD – e del Parlamento -, e nello stesso tempo di sottrarla alle feroci polemiche e ai veti interni.

Resta la sorpresa per una chiamata in causa che avrebbe potuto provocare qualche imbarazzo istituzionale. Il disegno di legge in questione, infatti, è arrivato in Parlamento quando Giorgio Napolitano era ancora in carica come presidente della Repubblica. Descrivere il supremo garante della Costituzione vigente come l’artefice di una modifica importante della stessa avrebbe potuto creare qualche seria difficoltà. Così non è stato, per fortuna. E lo stesso Napolitano ha preferito tacere, forse anche perché quel che ha “rivelato” Maria Elena Boschi è semplicemente la verità.

È sempre buona norma, tuttavia, evitare di tirare le istituzioni dentro le polemiche politiche. Specie quando queste polemiche raggiungono i livelli di degrado osservati in questi giorni.

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