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Con il passare dei giorni, risulta sempre più evidente che sull’immigrazione una parte dei paesi europei sta barando e l’Italia si accinge, come al solito, ad essere lasciata sola. Non è il solito piagnisteo italico, ma una constatazione confermata da un dato di fatto: la lettura del punto “p”, paragrafo 3, delle Dichiarazioni finali del Consiglio europeo straordinario del 23 aprile scorso, dedicato appunto all’emergenza Lampedusa.

Gli aspetti centrali di quel documento ufficiale, che costituisce la base politica di ogni altra decisione tecnica in sede UE, sono la “ricollocazione di emergenza fra tutti gli Stati membri su base volontaria” dei richiedenti asilo (punto 3, paragrafo “o”) e le “misure sistematiche per individuare, fermare e distruggere le imbarcazioni prima che siano usate dai trafficanti” (punto 3, paragrafo “c”). Sono i due elementi che maggiormente stanno a cuore all’Italia, e in nome dei quali Renzi ha chiesto e ottenuto la convocazione di una apposito Vertice dei leader dei 28. Ma il primo punto si è rivelato una bolla di sapone: paesi importanti, come Regno Unito e Francia si sono chiamati fuori, altri contestano la distribuzione delle quote, e alla fine, nella migliore delle ipotesi, verranno ricollocati appena 24 mila migranti in due anni. Un’inezia, se si tiene conto che solo nei primi 5 mesi dell’anno in corso sono arrivate sulle nostre coste 54 mila persone. Il secondo punto rilevante, l’intervento militare per la distruzione dei barconi, appartiene al momento alla sfera delle intenzioni, perché ci sono ostacoli politici, giuridici, operativi ed  umanitari che continuano a bloccare la piena realizzazione del progetto.

Per l’Italia negoziato a perdere

Come avviene in tutti i negoziati, per ottenere questi due mezzi risultati, l’Italia ha dovuto cedere su un punto decisivo. E qui torniamo al sopra citato punto 3, paragrafo “p”. L’impegno UE, al fine dichiarato di “rafforzare la solidarietà e la responsabilità interne”, prevede la seguente misura:

Inviare squadre EASO negli Stati membri in prima linea ai fini di un esame congiunto delle domande d’asilo, anche riguardo alla registrazione e al rilevamento delle impronte digitali

Che significa questa apparentemente innocua  formula? Diciamo subito che, nonostante le apparenze, non è un aiutino europeo all’Italia (il principale degli “Stati membri in prima linea”) per accelerare le pratiche e l’individuazione dei richiedenti asilo. E’ l’esatto contrario. Molti importanti paesi Europei, Svezia Germania, Austria, Francia, non si fidano dell’Italia, sospettando, non senza ragione, che noi italiani facciamo i furbi: lasciamo, cioè, che molti degli immigrati sbarcati sulle nostre coste “sfuggano” all’identificazione da parte delle autorità del nostro paese per essere così liberi di presentare domanda d’asilo in altri e più appetibili paesi del nord Europa, dove magari vivono già loro congiunti. Ecco perché si vuole imporre all’Italia un controllo di funzionari europei sul rispetto delle procedure di identificazione previste dal Regolamento sull’asilo, noto come “Dublino III”.

Tradotto in chiaro dal criptico linguaggio euro-burocratico, dunque, il sopra citato punto “p” suona più o meno così:

L’Europa invierà in Italia e Grecia funzionari dell’Ufficio Europeo di Sostegno per l’Asilo (EASO) per controllare che le autorità italiane e greche registrino correttamente e prendano le impronte digitali a tutti quelli che mettono piede per la prima volta in uno di questi paesi. E che quindi si facciano interamente carico della loro protezione, senza scaricare la responsabilità su altri.

Cos’è Dublino III?

Occorre fare un piccolo passo indietro. Il “Dublino III”, infatti, prevede che le domande di asilo possano essere presentate in un solo paese europeo, e che a procedere all’identificazione del migrante, anche attraverso l’acquisizione delle sue impronte digitali, debba essere il paese nel quale il migrante mette piede per la prima volta. Sarà sempre questo paese a doversi far carico della domanda di asilo e della protezione del richiedente fino al momento in cui essa viene accolta o respinta. Dal momento che la maggior parte dei migranti giungono in Europa attraverso le coste dell’Italia (e in misura minore della Grecia), se tutti i richiedenti asilo fossero correttamente identificati, il nostro paese dovrebbe  farsi carico per intero dell’imponente flusso migratorio che parte dal nord Africa. In più, si impedirebbe ai potenziali rifugiati di raggiungere le loro famiglie che si trovano in larga maggioranza nel nord Europa.

Per questo, sostengono i partner europei, l’Italia chiude un occhio e consente ai migranti di attraversare i confini settentrionali della Penisola e presentare domanda d’asilo in Germania o in Svezia o in Francia. E per questo da tempo è in corso una guerra dei nervi alle frontiere con l’Italia per impedire l’accesso in altri paesi di clandestini, privi di documenti e mai identificati. Le centinaia di migranti bloccati ai contini francesi o austriaci, o alla Stazione di Roma Tiburtina, sono gli effetti di questa guerra dei nervi contro l’Italia.

Siamo di fronte, da una parte, ad una forma di furbesca autodifesa del nostro Paese, dall’altra al sintomo di una grave patologia dell’Unione: l’indifferenza e l’egoismo. C’è da augurarsi che la tenacia del presidente della Commissione Juncker riesca a sbloccare una situazione insostenibile, nella quale davvero è in gioco il futuro dell’Unione europea.

Al contrario dei punti “c” ed “o”, che restano ipotesi di lavoro, il punto “p” sarà realizzato per intero e con insospettabile solerzia. Un “hub” sperimentale per l’identificazione dei migranti, come scrive il Sole 24 Ore, verrà prestissimo allestito in Sicilia, a Pozzallo, terra di sbarchi. 47 funzionari europei sono già con le valigie in mano, pronti a raggiungere l’Isola e controllare che l’Italia non lasci sfuggire ai controlli neanche uno solo delle decine di migliaia migranti che giungono sulle proprie coste.

L’Italia sola anche ai tempi di Maroni

Sa molto di demagogia a basso costo l’attuale battaglia ideologica di un uomo come il presidente della Lombardia Roberto Maroni contro il governo sull’immigrazione. Sembra davvero che il governatore leghista abbia vissuto fino ad ieri sulla luna. Al contrario di un altro maestro della demagogia a basso costo, Beppe Grillo, che però non ha mai ricoperto incarichi di governo, Maroni è stato per 4 anni ministro dell’interno del governo Berlusconi IV, e le sue battaglie per tentare di arginare gli sbarchi sono stati dei giganteschi buchi nell’acqua. I suoi tentativi di coinvolgere l’Europa sono sempre risultati piuttosto goffi e fallimentari, e non hanno portato ad alcun risultato. Basti pensare all’ipotesi dei “respingimenti” in mare, attuata nel 2009,  che venne presto abbandonata e costò al nostro paese una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, o alla battaglia, persa già prima di essere ingaggiata, sul cosiddetto “burden sharing“, la condivisione del peso fra paesi UE. Tutti slogan di pronta cassa elettorale ma a somma “0” sul piano dei fatti.

Una pausa degli sbarchi effettivamente ci fu, grazie agli accordi del 2010 di Berlusconi con il governo di Tunisi. Ma nel 2011, con l’esplosione della Libia, gli arrivi balzarono da 4406 dell’anno precedente a 64.216 nel giro di appena 12 mesi. Senza che l’allora ministro dell’interno Maroni riuscisse in qualche modo ad arginare quella montante marea umana che non si è più arrestata. Perché, dal 2011 ai giorni nostri la costa libica è terra di nessuno, ostaggio di predoni e terroristi, e non esistono interlocutori con i quali stringere accordi.

 

Vista la  dimensione biblica e l’effetto potenzialmente dirompente di questo fenomeno, sarebbe bello che il tema delle migrazioni fosse sottratto alla polemica politica spiaccia e diventasse un grande e serio argomento di dibattito di interesse nazionale. Ma è bene non farsi troppe illusioni.

 

 

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