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Matteo Renzi in tuta mimetica che arringa i nostri soldati in Afganistan, proprio nel giorno dei risultati delle regionali, è la fotografia del futuro prossimo della politica italiana: un premier in trincea, ma pronto all’assalto finale contro il fortino di ciò che è rimasto della “vecchia guardia”.

Sono loro agli occhi del premier, i veri responsabili della “non vittoria“ nel voto per le regioni. Il 5 a 2, infatti, avrebbe potuto essere tranquillamente un 6 a 1 se i Bersani, i Cofferati, le Bindi, i Civati non avessero compiuto il  miracolo di regalare a Berlusconi una delle regioni più “rosse” d’Italia. Al solo scopo di indebolire l’ex rottamatore. Non è una novità: il PD non ha rivali al mondo quanto a capacità auto-distruttive. Renzi oggi protesta contro i leader della minoranza, ma dovrebbe ricordarsi che si era comportato esattamente allo stesso modo quando era lui minoranza.

Cosa accadrà, dunque, nelle prossime settimane? Sul fronte interno del Partito democratico proseguirà la guerriglia degli scontenti, che sono, sì, riusciti a mandare un segnale importante dalla Liguria al premier-segretario, ma ad un prezzo altissimo: quello di azzoppare non solo la candidata renziana ma lo stesso partito del quale fanno parte.

In sostanza, hanno offerto al premier-segretario una nuova opportunità per bastonarli e accusarli di disfattismo, tafazzismo, gufismo e ogni altra nefandezza. E per avviare contro di loro una campagna d’estate che, di fatto, è già cominciata. Siamo insomma alla resa dei conti.

C’è poi un secondo possibile effetto collaterale del voto ligure. Aver regalato un’insperata vittoria a Forza Italia, consente a Berlusconi di tornare al centro della scena politica, dopo una difficilissima e non ancora conclusa stagione di contrasti e lacerazioni interne che lo aveva indebolito ed emarginato. Paradossalmente, la buona affermazione della Lega Nord rende più difficile una ricomposizione del centrodestra, perché l’ex Cavaliere non può accettare di fare il “secondo“ di Salvini e non può pensare di costruire una potemte coalizione di “moderati“ sulla base degli slogan estremisti e anti-sistema del segretario leghista. Meglio, dunque, percorrere altre strade. E non è da escludere, a questo punto, che, spentosi l’eco delle polemiche elettorali e dell’elezione del presidente della Repubblica, l’ex Cavaliere provi a tornare in gioco con una qualche forma di intesa con il premier, una sorta di “Nazareno 2.0”.

Dal voto delle regionali, comunque, emerge l’immagine di una politica ancora in grandissimo affanno. Con un PD che conquista la maggioranza delle regioni, ma perde consensi (si parla del 15% dei voti rispetto alle europee dello “storico” 41%); con Forza Italia “miracolata” dal risultato in Liguria, ma in nettissimo calo, ridotta ormai ad un misero 10%; con una Lega che drena voti a destra ma non riesce a costruire alcuna alleanza di governo; e con un M5S che ottiene una buona affermazione, ma continua ad essere un grande “congelatore” elettorale, dove i voti popolari vengono sterilizzati e resi inutilizzabili.

Insomma, l’eterna transizione italiana, non è finita. Anzi, peggiora. E se quasi la metà degli elettori diserta le urne, qualcuno, forse, dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

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