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Un fenomeno politico del tutto nuovo si affaccia sulla scena europea: il tramonto del bipolarismo, surrogato da una forma imperfetta ed ancora embrionale di tripolarismo.  Un fenomeno che noi italiani conosciamo bene, visto che il tripolarismo esiste nel nostro paese da almeno due anni.

L’Italia infatti ancora una volta si è dimostrata il laboratorio politico nel quale si è sperimentata questa nuova tendenza. L’affermazione del Movimento 5 Stelle, al di là degli aspetti folkloristici e grotteschi del grillismo, ha di fatto spezzato il tradizionale schema destra-sinistra, nato nel 1994 sulle ceneri della cosiddetta I Repubblica. Qualcosa di analogo sta sorprendentemente accadendo in paesi nei quali il sistema non solo bipolare ma addirittura bipartitico sembrava una consolidata eredità storica. Parliamo del Regno Unito, della Spagna, della Francia. Sono nazioni nelle quali, accanto alla presenza dei due principali competitors, conservatori e progressisti, si va istituzionalizzando l’affermazione di una «terza gamba», costituita da forze di ispirazione populista, spesso anche razzista, e certamente anti-sistema. Quest’ultima caratteristica rende impossibile una eventuale collaborazione post-voto di queste forze con i partiti tradizionali, i quali per definizione, nelle democrazie bipolari, sono antitetici fra di loro e quindi non idonei a governare insieme. Sicché la competizione elettorale tende ad uscire dai tradizionali binari per incamminarsi su sentieri sconosciuti ed impervi.

Per ora, certo, si tratta solo di tendenze, misurate sul parametro di elezioni amministrative, ma che presto passeranno al vaglio delle competizioni nazionali. Qui il sistema elettorale-istituzionale potrà fare la differenza. E non ci sarà da attendere molto. Nel Regno Unito le politiche si svolgeranno il 7 maggio, in Spagna in autunno, in Francia nel 2017.

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La politica europea a «tre gambe»

GB: Farage «Terzo incomodo»

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Nigel Farage, Ukip

In Gran Bretagna, l’esito del voto appare quantomai incerto, per il testa a testa fra laburisti e conservatori, e per la presenza di un «terzo incomodo»: l’Ukip di Nigel Farage, che però dovrebbe tenersi lontano dal successo delle europee del 2014 che lo portò ad essere il primo partito, con oltre il 26,8% dei consensi, contro il 24,7 dei laburisti del contestato leader Ed Miliband, e il 23,3% del premier David Cameron. Attualmente i sondaggi attribuiscono a Farage il 12% con una tendenza al ribasso, mentre Cameron e Miliband si contendono il primo posto. Anche se sarà difficile vedere Nigel Farage varcare la soglia del n.10 di Downing Street, residenza del Primo Ministro, la presenza di una forte formazione euroscettica, tuttavia condiziona considerevolmente la politica inglese, ad esempio spingendo i Tories verso posizioni e slogan simili a quelli eurofobici e anti-immigrati di Farage, o creando una condizione di favore per il partito di Miliband, perché Tories e Ukip potrebbero indebolirsi a vicenda, andando a pescare nello stesso bacino elettorale.

Spagna, l’incognita Podemos

Anche in Spagna, in vista del voto d’autunno la formazione anti-casta Podemos («Possiamo», in italiano), nata nel 2014 sull’onda delle proteste degli indignados, sta affilando le

Pablo Iglesias, leader di Podemos
Pablo Iglesias, leader di Podemos

armi. Nel voto per il rinnovo del parlamento regionale in Andalusia di fine marzo, alla sua prima prova sulla scena elettorale, Podemos ha ottenuto il 15% dei voti, e a livello nazionale la formazione è data in crescita, a spese del Partito Popolare del premier Rajoy. il partito conservatore, oggi al governo, sta pagando, con un vero tracollo elettorale, le conseguenze delle politiche di austerity imposte al paese. Se dal risultato regionale (l’Andalusia è un tradizionale feudo socialista e il PSOE ha vinto anche questa tornata) si passa ai sondaggi nazionali, la prospettiva è molto diversa. Podemos, infatti, in un sondaggio pubblicato sul principale quotidiano spagnolo, El Paìs, ed effettuato dalla società Metroscopia, è accreditato come primo partito, anche se in leggero calo nell’ultimo mese. Un’eventuale vittoria nazionale di questa formazione, peraltro tutta da verificare, potrebbe davvero sconvolgere gli equilibri europei, creando un inedito asse di estrema sinistra con i greci di Syriza.

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Francia, un «incubo» di nome Marine

Infine, la Francia. Il primo turno delle elezioni dipartimentali ha mostrato quanto sia ormai radicata la presenza del Front National di Marine Le Pen sulla scena politica. Anche se il risultato provvisorio delle «dipartimentali» assegna al FN il 26,3%, un risultato molto lontano dal 30% indicato dai sondaggi, c’è senza dubbio un forte progresso rispetto alle

Marine Le Pen, Front National
Marine Le Pen, Front National

precedenti amministrative del 2011, quando si fermò al 15%. Parlare di frenata dell’estrema destra è perlomeno riduttivo, visto che il FN ha aumento i consensi anche rispetto alle europee del 2014, quando ottenne il 25%. Tuttavia, il dato più rilevante delle «dipartimentali» di quest’anno è il successo del centro destra dell’UMP di Nicolas Sarkozy 2.0. Grazie all’alleanza con i centristi, Sarko ha ottenuto il 29,2% dei voti, rimontando un’impervia china che alle europee aveva visto l’UMP crollare al di sotto del 17%. Sempre in grande difficoltà, al terzo posto, i socialisti. Secondo due sondaggi pubblicati da Le Monde, ma che il giornale francese invita a prendere con le molle, al momento la Le Pen sarebbe la favorita anche alle presidenziali del 2017, con un gradimento che sfiora il 30%. Naturalmente è molto difficile che un partito identitario come il Front National riesca a superare lo sbarramento del secondo turno, che fatalmente finirebbe per avvantaggiare il centro destra dell’UMP. Intanto c’è da dire che anche la destra moderata di Sarkozy, per ottenere una buona performance elettorale è costretta ad inseguire gli slogan e le scelte ideologiche della destra più estrema. Una strategia che alle amministrative del 2015 si è rivelata fin qui vincente.

Conclusioni

Forse dunque in alcuni paesi, soprattutto Francia e Regno Unito, i partiti populisti ed anti-euro non riusciranno mai ad entrare nella stanza dei bottoni, perché quei regimi democratici, consolidati nei secoli, hanno saputo creare validi anticorpi contro le tendenze potenzialmente disgregatrici della società e dello stato. Ma la presenza di questi movimenti antagonisti, capaci di aggregare oltre un quarto dell’elettorato del paese, costringe i partiti tradizionali ad assorbire in parte quella carica di protesta di cui sono espressione. Un fenomeno evidentissimo sia in Francia che in Gran Bretagna: gli slogan elettorali di Sarkozy e di Cameron, per quanto riguarda immigrazione e difesa dell’identità nazionale, non sono molto differenti da quelli di Marine Le Pen e di Nigel Farage.

Beppe Grillo
Beppe Grillo

Ma il «contributo» offerto da questi movimenti anti-sistema al progresso della politica nazionale e della società si ferma qui, nel portare le paure e le speranze di fasce crescenti di elettorato spaventato dall’immigrazione, dalla criminalità, dalla crisi economica, dalla malapolitica, all’attenzione dei grandi partiti tradizionali, quelli che governano e che decidono. Spesso questi movimenti non riescono ad andare oltre quello che Ilvo Diamanti in uno studio pubblicato su Repubblica, definisce, citando il caso italiano di Beppe Grillo, «democrazia della sorveglianza». In sostanza i voti di un bacino corrispondente a 1/3-1/4 del corpo elettorale, vengono congelati, e sono destinati ad un ruolo non di governo, ma di controllo critico nei confronti di chi governa. Una funzione che non offre prospettive di lungo periodo, e che per questo, come sta avvenendo da tempo in Italia, potrebbe presto subire un ridimensionamento anche in Francia, Regno Unito e Spagna

Il terzo effetto di questo tripolarismo europeo è in realtà il più paradossale. Questi movimenti nati per scuotere e/o sovvertire il sistema, in realtà finiscono per rafforzare l’establishment, perpetuando lo statu quo. Essi infatti non solo non riescono a rappresentare una vera forza di governo, ma non sono neanche nelle condizioni di costruire, insieme ad altri partiti, una valida ed efficace forza di opposizione, a causa della loro natura sostanzialmente protestataria e settaria. Come in Italia è arduo ipotizzare un’alleanza strategica fra M5s e Forza Italia o Lega, così in Gran Bretagna nessuno si sognerebbe di immaginare una possibile alleanza anti-Cameron fra l’Ukip di Farage e i laburisti.

Finché si perpetua questa situazione, chi sta al governo può dormire sonni tranquilli: da un’opposizione divisa e minoritaria potrà avere qualche urlo e qualche protesta, ma nessuna seria minaccia. Chi invece sta all’opposizione, sembra destinato a restarci per sempre. A meno che, come avvenuto con il Patto del Nazareno, una forza politica non decida di lasciare il recinto delle minoranze e «dare una mano» al governo, o addirittura di dar vita ad una grande coalizione.

Per navigare nelle acque sempre agitate del tripolarismo senza colare a picco, ci vuole una buona dose di trasversalità e di determinazione. Caratteristiche che in Italia, non mancano al nostro premier, capace di dialogare anche con il diavolo e di raccogliere consensi in tutti gli schieramenti, perseguendo, da leader del principale partito di sinistra, una politica sostanzialmente liberale di destra. Questa capacità di restare costantemente il punto stabile di equilibri instabili, è qualcosa che avevamo già visto nel nostro paese. Lo ha

Matteo Renzi
Matteo Renzi

fatto la DC per quasi mezzo secolo, quando Renzi doveva ancora nascere. Il premier si sta avviando a fare del “suo” PD un partito-stato capace di governare ancora per decenni? Forse. A giudicare dalla straordinaria facilità con la quale riesce ad inglobare e metabolizzare nel suo progetto di governo ogni cosa (minoranze interne, forzisti, NCD, grillini), si direbbe di sì. La differenza con la DC sta nel fatto che allora c’era una pluralità di voci e di progetti. Oggi c’è un uomo solo al comando. E non si intravvedono giocatori di riserva, se il capitano dovesse uscire di scena.

I leader europei, comunque, farebbero bene a guardare con attenzione allo strano caso italiano, che forse prefigura un futuro comune a molti paesi del Vecchio Continente. Forse per una volta potrebbero essere costretti ad ammettere di aver imparato qualcosa dal nostro sgangherato paese.

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