L’Europa verso l’autodissoluzione

Quattro eventi hanno sconvolto in poco più di due settimane il panorama politico dell’Europa: la corsa della Grecia verso il default, la vittoria di Cameron nel Regno Unito, la potente affermazione di Podemos alle amministrative in Spagna, il successo dell‘outsider Duda alle presidenziali in Polonia.

SI tratta di avvenimenti apparentemente slegati fra di loro, in paesi diversi e in contesti politici, economici e sociali difficilmente comparabili. Eppure hanno un comune denominatore: un senso di crescente sfiducia delle opinioni pubbliche del Continente nei confronti di quest’Europa, avvertita sempre più come un’entità ostile e lontana. I primi segnali si erano avvertiti già in occasione del voto europeo della scorsa primavera. Ma non furono capiti, e comunque non furono ascoltati. L’establishment europeo si accontentò di constatare che alcune forze populiste, come il Front National, non erano riuscite a formare un gruppo parlamentare autonomo a Strasburgo. come se una mancata rappresentanza istituzionale potesse cancellare il significato di una marea montante di voti euroscettici.

In queste seEU Crash1ttimane, dunque, è giunto un secondo, fortissimo segnale. L’«Europa tedesca» non piace: non solo ai britannici, ai greci e agli spagnoli, ma, sorprendentemente, neanche ai polacchi. Varsavia era stato fino a ieri il più convinto alleato di Berlino nell’Europa orientale, e non è un caso che Donald Tusk, ex primo ministro polacco e vicinissimo alla Merkel, sia stato nominato presidente del Consiglio Europeo. Domenica scorsa invece, con un ribaltamento delle previsioni, i polacchi hanno eletto presidente della repubblica un imbarazzante leader nazionalista ed euroscettico,  Andrzej Duda, esponente di un partito oltranzista e autoritario, il PiS, «Diritto e Giustizia» di Jarek Kaczynski. Duda è un fervente filoamericano e non ama i tedeschi, e men che mai l’attuale cancelliera, Angel Merkel.E questo potrebbe essere anche positivo.

Il quadro che emerge da questi avvenimenti così eterogenei è un indebolimento della posizione tedesca in Europa. Un riequilibrio dei poteri fra partner UE sarebbe auspicabile. Oggi la Germania è il vero e unico dominus della scena politica ed economica europea, e questo ha prodotto danni incalcolabili sia alla moneta unica che alla credibilità dell’Unione. L’astuto Renzi ha capito al volo la nuova situazione e si è affrettato a cavalcare il «cambiamento»:

«Il vento della Grecia, il vento della Spagna, il vento della Polonia  non soffiano nella stessa direzione, soffiano in direzione opposta, ma tutti questi venti dicono che l’Europa deve cambiare e io spero che l’Italia potrà portare forte la voce per il cambiamento dell’Europa nelle prossime settimane e nei prossimi»

Ma l’auspicato cambiamento del pensiero dominante in Europa, fondato sulla visione luterana del rigore finanziario tipico della Germania, sarà davvero un fatto positivo? Berlino non rinuncerà mai alla propria posizione di grande potenza europea, fulcro della moneta unica, e dietro di lei ci saranno tutti i paesi del nord Europa, più la Francia.  E tutti gli altri, i cosiddetti «periferici»? Arrancheranno, finché riusciranno a farlo, poi verranno lasciati al proprio destino. Il possibile-probabile default della Grecia sarà una prova generale per l’Eurozona e per l’Europa. Se la bancarotta e il possibile distacco di Atene dalla moneta unica non produrranno catastrofi finanziarie nell’Eurozona, l’esempio greco potrebbe essere seguito anche da altri paesi. Resterebbe in piedi solo un nucleo di paesi forti, unito sotto l’ombrello tedesco, e un secondo girone di paesi con una moneta più debole. È fantascienza? No è solo politica. Cinica, ma politica. È la realizzazione del famoso euro a due velocità, la soluzione messa a punto, nel novembre 2011, dal ministero delle finanze di Berlino, e poi riposta in un cassetto. Ma mai del tutto abbandonata.

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