La rivoluzione di Francesco, il Papa “apolitico” che cambia la politica

Mai nessun Papa è stato così lontano dalla politica quanto lo è Bergoglio; eppure proprio questo Papa ha gettato le basi per investire di un benefico e salutare vento di rinnovamento anche la la politica di casa nostra, in crisi di valori e di idee.

Nei primi 6 mesi del suo Pontificato Papa Francesco ha parlato appena tre o quattro volte di politica, ricordando che il suo fine deve essere il bene comune e la misericordia, diretta sopratutto a soccorrere i più umili e i più poveri, e non certo il potere o il perseguimento di interessi personali. Una volontà di tenersi lontano dalla politica italiana e dai suoi rappresentanti confermata anche da altri segnali significativi: ad esempio, la rarefazione delle udienze private concesse ad esponenti della vita pubblica italiana, se si fa eccezione per le massime cariche istituzionali. Non si può dimenticare poi che nel suo primo, storico viaggio a Lampedusa ha evitato accuratamente che un pellegrinaggio di fede e di carità si trasformasse in una passerella mediatica ad uso di uomini pubblici, che pertanto sono stati tenuti a debita distanza dall’isola siciliana.
Ma la vicenda che più di ogni altra testimonia un deciso cambio di rotta è la sostituzione in tempi da record del cardinal Bertone. Una scelta che indica la volontà di recidere senza esitazioni il cordone ombelicale che storicamente ha legato la Curia Romana alla politica italiana: una liaison divenuta nel tempo dangereuse, che spesso si è trasformata in ingerenza diretta nelle vicende interne dell’Italia, con reciproco danno sia per l’immagine della Chiesa che dell’Italia.
Quella che si sta svolgendo sotto i nostri occhi dunque è una vera rivoluzione copernicana nei rapporti fra Chiesa e Stato italiano. Nel senso che per la prima volta il Papa “venuto dall’altro mondo” non pone più l’Italia, le sue istituzioni, la sua politica al centro dell’attenzione dei sacri palazzi: un processo che ebbe inizio con il Papa polacco, Giovanni Paolo II, e che oggi Bergoglio sta portando avanti con determinazione. Il baricentro insomma tende sempre di più a spostarsi dall’Italia e dall’Europa largamente scristianizzata e impoverita dal “relativismo etico”, all’intero pianeta; in particolare a quei paesi sofferenti dell’America Latina e dell’Africa che più hanno bisogno del sostegno di una Chiesa universale e misericordiosa e dai quali la Chiesa a sua volta può trarre nuova linfa.
Tramontata ormai da più di 20 anni, con la fine della DC, l’idea di un partito unico dei cattolici, Papa Francesco ha mandato in soffitta anche la teoria ruiniana di una presenza diffusa e forte del Vaticano in quei partiti che più o meno utilitaristicamente si richiamano ai valori cattolici.
L’essere cristiano per Bergoglio appartiene alla sfera interiore e alla coscienza del singolo. Una coscienza alimentata e guidata dalla fede e dall’insegnamento della Chiesa, e proiettata sugli altri, sopratutto sugli “ultimi”. E quanto più importante è il ruolo che il credente riveste nella gestione della res pubblica, tanto più forte deve essere la coerenza fra la sua fede e il suo modus operandi nella società. Non basta più quindi al politico far approvare in parlamento una norma che vada nell’interesse (vero o presunto) della Chiesa per conquistarsi un posto in Paradiso. Deve guadagnarselo con le azioni, con le opere e con comportamenti conseguenti, senza mai tentare di prevaricare gli altri, ma semmai sviluppando il dialogo e la partecipazione democratica. Ed anche la Chiesa è chiamata a restare nell’ambito che le è proprio. La distinzione fra Cesare e Dio non mai stata così netta.
Con Beroglio non assisteremo più ad uno scontro sotterraneo ma durissimo, quale ad esempio fu quello che si consumò negli anni ’90 fra il cattolicissimo Scàlfaro e le gerarchie vaticane, i cardinali Sodano e Ruini in particolare, e che in almeno due incontri ufficiali, in Vaticano e al Quirinale, spinsero l’allora presidente della Repubblica ad una scelta per lui dolorosa e difficile: difendere con forza la laicità dello stato al cospetto di Papa Giovanni Paolo II, in due discorsi che sono un esempio di coerenza e di modernità.
La vera rivoluzione di Francesco consiste alla fine sopratutto nell’aver realizzato una piena coerenza fra pensiero e azione. E’ questo che stupisce, che lascia sbigottite le masse (di credenti e non), abituate a vedere nel Papa il simbolo di un grande potere in fondo non troppo dissimile dai tanti poteri terreni. Francesco non si limita a predicare la povertà, ma la pratica fino in fondo. E riesce ad imporre alle sue scelte un valore simbolico così marcato da diventare egli stesso un simbolo, da seguire e da imitare.Non deve quindi stupire se questo Papa sia percepito oggi come stimolo, come esempio, ma nello stesso tempo come una sfida per la politica italiana, rinchiusa nei fortini dei partiti e delle istituzioni, spesso autoreferenziale e incapace di cambiare sé stessa e il Paese.
Un Pontefice così non è né di destra né di sinistra né di centro. Anzi inevitabilmente frantuma i tradizionali schemi bipolari o tripolari e costringe tutti a confrontarsi con altri valori e altre priorità.  La politica per ora osserva le mosse del Vescovo di Roma un po’ frastornata e disorientata, consapevole tuttavia che il vento del cambiamento che soffia d’Oltretevere prima o poi finirà per investire anche i palazzi romani della politica.

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