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Un autogol, il classico boomerang che rischia di ritorcersi contro chi lo scaglia. Questo è l’annunciata protesta in piazza di tutta la RAI per il prossimo 11 giugno contro il prelievo di 150 milioni e il ridimensionamento delle sedi regionali annunciato dal premier.

Certo, anche nel caso della Rai, Renzi non ha chiarito quale sia la strategia del governo nei confronti della concessionaria del servizio pubblico, quale sia la destinaione esatta di quei fondi, perché il contributo così oneroso sia stato richiesto solo alla Rai, perché abbia puntato l’indice contro le sedi regionali, che pur se pletoriche rappresentano comunque una delle ricchezze dell’azienda. Fa parte del modo sbrigativo di fare dell’attuale premier. Un comportamento che gli attira molte antipatie, ma anche moltissime simpatie. C’è però da dire che se qualcuno, in questo panorama di macerie economiche in cui è ridotto il paese, si è sorpreso che anche la Rai sia chiamata a dare il suo contributo, questo qualcuno vive su un altro pianeta.

La Rai che scende in piazza per difendere i propri privilegi, per tentare di perimetrare il proprio orticello dall'”invasione” del governo “alieno”, fa la scelta più impopolare che si possa immaginare. Una scelta sopratutto inutile, perché Renzi sa benissimo di avere dalla sua il favore di grandissima parte dell’opinione pubblica e quindi non tornerà certamente indietro.

In altri tempi la dirigenza aziendale e il sindacato dei giornalisti, l’Usigrai, mantenevano una rete di protezione anche politica, (perché la politica è ben presente nell’azienda attraverso la commissione di vigilanza e il consiglio di amministrzione, è inutile nasconderlo) a salvaguardia del servizio pubblico, cioè nell’interesse di tutti i cittadini. Oggi quella rete non c’è più, e non è stata sostituita da alcun altra forma di protezione. La Rai quindi è rimasta nuda, priva della difesa da parte del Palazzo, ma comunque soggetta alle incursioni della politica.

Segno certo che la politica è cambiata, ma anche che forse questi vertici ormai rappresentano solo sé stessi.  E lo sciopero rafforza questa sensazione.

 

 

 

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