La forza tranquilla di Letta

La frase-chiave dell’intervento di Enrico Letta al Senato, in occasione del voto sulla mozione di sfiducia al ministro Alfano, è quella pronunciata, anzi scandita nella parte conclusiva del suo discorso: “Non vorrei che su di me si commettesse un errore di valutazione – ha detto -. Non vorrei che cioè che la buona educazione venisse scambiata per debolezza”. In queste parole c’e’ tutto Letta. L’uomo, innanzitutto, cortese e disponibile ma non disposto a cedere sui principi.

Il politico, che manda ai suoi alleati e sopratutto agli “amici” un messaggio forte: non contate sul fatto che possa gettare la spugna o, peggio, tirare a campare. E anche il leader di partito, perché è fin troppo evidente che uno dei bersagli del monito di Letta è il movimentismo precongressuale di Matteo Renzi e di altri settori del PD.
Molti hanno definito la difesa che il premier ha fatto di Angelino Alfano e del proprio governo una mossa democristiana, attribuendo a questo aggettivo un valore del tutto negativo, quasi l’espressione di un andreottiano istinto di sopravvivenza. Enrico Letta in realtà, quando esisteva la DC, era un democristiano sui generis, come lo era il suo mèntore, Beniamino Andreatta, uomo che non ha mai considerato la politica come fine a sé stessa e disgiunta dall’etica.
Forte di quegli insegnamenti, oggi, in una mutata e convulsa congiuntura politica, Enrico Letta non vuole neanche dare l’impressione che la sua presenza a Palazzo Chigi sia dettata da brama di potere e non dalla volontà di portare a compimento il suo mandato nell’interesse del paese. Quella frase, dunque, è parsa rivelatrice di uno stato d’animo ma nello stesso tempo anche liberatoria. E pare che abbia colto nel segno, suscitando sorpresa nel suo stesso partito. La sua forza tranquilla dovrà però superare ancora molte prove, lungo uno stretto sentiero fatto di vincoli europei, vicende giudiziarie, e trame di partito.

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