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Valdis Dombrovskis, Giovanni Tria

Anche Salvini e Casaleggio/DiMaio sanno perfettamente che la manovra, per i suoi contenuti e ancor più per il metodo volutamente provocatorio con cui è stato presentato all’Europa è una follia. Ma se è una follia, perché non si fermano prima che sia troppo tardi? Probabilmente perché in quella follia c’è del metodo, anche se la efficacia di questo metodo è tutta da dimostrare.

A rivelare la natura della strategia europea del governo, è stato, forse involontariamente, il più mite e, fino a qualche tempo fa, il più realista fra i membri dell’esecutivo: Giovanni Tria. In una conferenza stampa a Bruxelles il ministro dell’Economia ha fatto un fugace accenno alla “strategia del pollo”. È bene ricordare che il “chicken game”, anche chiamato “gioco del coniglio”, è alla base della teoria dei giochi, molto popolare nel mondo dell’economia (e non solo). Ad essa ad esempio si è richiamato costantemente l’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, prima del referendum e delle elezioni anticipate che lo portarono fuori dall’esecutivo di Atene.

Il “chicken game” viene di solito esemplificato con la famosa gara fra due auto in Gioventù bruciata, uno dei più famosi film di james Dean del 1955. In una delle scene più significative si svolge il “gioco del pollo”: due auto si lanciano a folle velocità verso un burrone. La scommessa fra i due piloti consiste nel costringere l’altro a sterzare prima di piombare nel vuoto. Se uno dei due si ferma, perde la reputazione, se va troppo avanti muore. E muoiono tutti e due se nessuno dei due piloti è intenzionato a cedere.

È sul primo scenario che il ministro Tria (e tutto il governo gialloverde) sta scommettendo. Ci si aspetta che la determinazione del governo italiano convinca l’Europa a sterzare per prima: in caso contrario, ambedue, Italia e Europa finiranno per farsi del male.

È un calcolo sbagliato, perché l’Europa non cederà. Non ha motivo di ammorbidire la propria posizione di fronte al ricatto di un paese a guida sovranista-populista. Se lo facesse darebbe un incredibile segno di cedimento, incoraggiando i tanti movimenti populisti presenti in quasi tutti i paesi dell’Unione, a seguire l’esempio vincente dell’Italia.

E non lo farà anche perché in questa contesa c’è una sproporzione evidente fra  i due contendenti: l’Europa è forte ed unita nel chiedere a noi di rispettare le regole di bilancio mentre l’Italia è debolissima e isolata come non mai. Contro il nostro governo e a favore della UE, ci sono non solo i cosiddetti “burocrati” di Bruxelles, cioè i commissari europei, ma soprattutto ci sono i governi di 26 paesi su 27 che chiedono al nostro di rispettare le regole comuni.

A questo punto, la “strategia del pollo”, nell’ottica italiana, prevede una variante. Prima del baratro, si pensa, ci sarà un pit-stop, sempre che il baratro per l’Italia non arrivi in anticipo. I giochi si fermeranno a fine maggio per le elezioni europee. Insieme ai membri dell’europarlamento cambieranno anche i componenti della commissione e il presidente del consiglio europeo. (qui trovi le regole per l’elezione del parlamento europeo, della commissione e del consiglio)

Ebbene, la scommessa del governo è che ci sarà non solo un’ondata populista nell’europarlamento, ma anche una nuova commissione, più “amica” perché alcuni commissari (a partire da quello italiano) saranno designati da governi anti-establishment e quindi più ben disposti verso l’Italia.

È un calcolo sbagliato, perché la storia degli ultimi mesi ha dimostrato che gli schiaffi più pesanti il nostro paese li ha presi proprio dai paesi che Salvini considera “amici” ed alleati nel progetto sovranista, come Austria e Ungheria.

Ma è sopratutto un calcolo politico cinico e miope perché si gioca sulle spalle del paese, delle famiglie e delle imprese italiane, ed è carico di incognite, anche drammatiche: dalle probabili elezioni anticipate ad un accanimento dei mercati nei confronti dei titoli di stato italiani. Quel che è certo è che il prezzo dell’avventurismo governativo lo pagheremo sempre e solo noi, cittadini italiani. E che, anzi, lo stiamo già pagando.

 

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