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Il via libera al decreto governativo che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti è una scelta certamente popolare. Non è detto che sia anche una buona scelta. Perché la politica costa, e senza i soldi pubblici non ci si può che affidare al buon cuore dei privati, che nel momento in cui decidono di finanziare questo o quel partito lo fanno non per spirito di servizio o per il bene della collettività, ma per tutelare i loro interessi. In altre parole, conoscendo come vano le cose nel nostro paese, c’è il rischio concreto che la politica possa finire per diventare il prolungamento istituzionale di questo o quel potentato economico.

Del resto qualcosa di simile è già accaduto in passato nel nostro paese. Il principio del finanziamento pubblico ai partiti venne infatti introdotto il 2 maggio 1974 con la legge Piccoli, come risposta ad un’esigenza di moralizzazione della vita politica italiana dopo alcuni gravi scandali in particolare il caso Trabucchi del ’63 e “l’affaire petroli” del 1973-74, quando si scoprì che non erano gli arabi ma gli intrallazzi di petrolieri e politici di casa nostra a costringere lasciare gli italiani senza benzina e gasolio nei lunghi mesi dell’austerity. Prima di allora infatti, i partiti venivano finanziati semplicemente da contributi di privati cittadini, o più frequentemente di aziende e gruppi di potere. Ma come sappiamo i soldi pubblici non hanno né migliorato né moralizzato la vita pubblica.

La risposta dunque è tornare al finanziamento privato? Probabilmente no: ci sono altre strade, come ad esempio un sistema misto pubblico/privato, che esiste in molti paesi europei, magari riducendo all’osso il contributo dello stato, senza tuttavia cancellarlo del tutto.

Non bisogna poi dimenticare che quel che oggi i cittadini contestano alla politica, non è solo il costo esorbitante e ingiustificato a carico dei contribuenti, ma è forse sopratutto la scarsa “produttività” ed efficienza di apparati che nel tempo sono diventato autoreferenziali e obsoleti. Insomma, il rapporto costi/benefici è assolutamente squilibrato.

Ci sarà un motivo, comunque, se nella maggior parte dei paesi del mondo, e in tutta Europa, con la sola eccezione della Svizzera, sono in vigore forme di finanziamento dei partiti o diretto oppure attraverso rimborsi elettorali.

Nella cartina qui sotto realizzata da IDEA, International for Democracy and Electoral Assistance, si evidenzia che in 96 paesi (colore ocra) si prevede un finanziamento pubblico annuale, mentre in 57 (colore verde) il finanziamento avviene attraverso i rimborsi elettorali. In molti paesi europei, ma non solo, vige un sistema misto (colore rosa). Non esiste alcuna forma di finanziamento infine in 55 paesi (colore rosso), pari al 29 per cento del totale.

Nota finanziamento partiti (21 maggio 2012)[1]

Il governo ha fatto comunque la sua parte, nel bene e nel male, lanciando un tema che certamente incontra il consenso dell’opinione pubblica. Ora tocca al parlamento fare la propria. E c’è da augurarsi che nel corso dell’iter alle camere del decreto si riesca a trovare una soluzione equilibrata, senza indulgere a facili demagogie e senza tentare di difendere privilegi indifendibili.

 

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