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Francesco ha ripetuto con la lucidità che gli è propria, un concetto molto chiaro: «Siamo in guerra, ma non è una guerra di religione, è una guerra vera, per i  soldi, per interessi, per le risorse della natura, per il dominio dei popoli». Il Papa fa il Papa, ed è penoso il tentativo di insegnare a questo Pontefice a fare il suo mestiere, come pretendono di fare alcuni giornali.

Se queste premesse sono vere, come lo sono, la conseguenza è che bisogna reagire ad una guerra asimmetrica – «non organica, ma organizzata» secondo le parole di Bergoglio – nel modo adeguato. Non limitandosi a parlare di sicurezza, e neanche imbracciando la spada della cristianità, ma combattendo quegli interessi potenti che stanno all’origine di questa «Terza guerra mondiale a pezzi». Il messaggio papale si ferma qui, con un’invocazione alla pace e un commosso ricordo per il sacerdote barbaramente ucciso vicino Rouen. Non sta al Papa, ma ai governi e all’Europa, indicare strategie e mettere a punto tattiche efficaci.

Ma il messaggio è esplicito: bisogna sciogliere il nodo gordiano delle complicità che hanno determinato la nascita ed il rafforzamento dell’ISIS e ancora prima di Al Qaeda. Complicità che risiedono certamente in complesse dinamiche etnico-religiose (in primo luogo la guerra infinita fra sunniti e sciiti), ma soprattutto nel sostegno che l’Occidente ha oggettivamente dato all’Arabia Saudita e ad alcuni principati del Golfo e alla Turchia: sono proprio questi i Paesi che, godendo dell’appoggio anche militare degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali, hanno foraggiato i terroristi islamici. E’ inutile nascondersi dietro un dito: la predicazione estremista e violenta è stata non solo tollerata ma incoraggiata specie dai sauditi. Gli imam predicatori di odio che oggi vivono a Bruxelles, New York o Parigi, hanno goduto in larga misura dei finanziamenti e del sostegno dell’Arabia Saudita. L’Occidente ha fatto degli errori strategici enormi in Medio Oriente, come le guerre in Irak, in Libano, in Siria, ma ora tardivamente sta cercando di correre ai ripari.

Anche i paesi finanziatori, Arabia Saudita e Turchia, si sono resi conto di aver allevato un mostro, che ora non riescono più a dominare. Tutti cercano di correre ai ripari, ma la sensazione è che l’Isis non riuscirà a sopravvivere a lungo come entità terroristica radicata in uno stato,

Sopravviverà però la sua dottrina settaria e sanguinaria, ormai trasformatasi, nella versione europea, in ideologia islamista. Nonostante la sua natura aberrante, questa ideologia si è radicata in settori piuttosto ampi di giovani originari di paesi islamici, anche di seconda o terza generazione. Essa offre una prospettiva e una filosofia a personalità disturbate ed emarginate.

Questi soggetti vanno individuati e neutralizzati, con le armi che offre lo stato di diritto. E va imposto a tutti coloro che vengono accolti nei nostri paesi il rispetto rigoroso delle regole della nostra civiltà e delle nostre società.

Isolare milioni di arabi che vivono nei nostri Paesi e che sono nella stragrande maggioranza contenti di restarci non solo è irrealistico, ma significherebbe regalare una vittoria postuma all’ISIS, che pure perde terreno sul campo di battaglia in Siria e in Iraq. Ma se i governi europei non daranno risposte ferme ed efficaci al dilagare di questo terrorismo – ben organizzato, o fai-da-te – allora daranno nuova linfa ai tanti partiti di estrema destra. Partiti che hanno la pretesa di risolvere problemi sociali di portata planetaria, come immigrazione e terrorismo, non con un’integrazione intelligente, ma con la sopraffazione e l’emarginazione. E allora la guerra diventerà davvero una insensata guerra di religione.

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