SHARE

Apparentemente le elezioni nella Repubblica Ceca (o Cechia) di fine ottobre non hanno riservato particolari sorprese (i risultati erano abbastanza scontati) né hanno apportato sostanziali cambiamenti all’inquieto panorama politico dell’Unione Europea. Eppure esse hanno una loro importanza per capire il rapporto esistente nelle popolazioni europee fra la dimensione reale dei problemi e la loro percezione da parte dell’opinione pubblica.

I fatti, innanzitutto. La Cechia – uno dei quattro paesi dell’Europa centro-orientali, inseriti nel Gruppo di Visegrad insieme ad Ungheria, Polonia e Slovacchia – è andata al voto il 20 e 21 ottobre 2017. Il vincitore della competizione elettorale è il leader di un partito populista denominato “Ano” (che in ceco significa”sì”), Andrej Babis, giunto al primo posto con 29,7 di voti; seguono i conservatori dell’Ods (11,3), il partito dei pirati (10,8) e al quarto posto un partito xenofobo e filofascista, il Partito della libertà e della democrazia diretta, guidato da un ceco di origine giapponese Tomio Okamura (10,7). Quasi scomparso il partito socialista che fino al 20 guidava il governo.

Babis, soprannominato oggi il “Trump di Praga” e ieri “Babisconi” (Babis + Berlusconi), ricorda da vicino, per alcuni tratti del personaggio, il fondatore di Forza Italia. È un imprenditore di successo, proprietario di una delle maggiori aziende ceche, l’Agrifert, liberista e politico di successo: ministro delle finanze, prima di essere allontanato per uno scandalo sull’utilizzo dei fondi UE. Ma c’è anche un’ombra pesante nel suo passato, perché sarebbe stato un uomo della polizia segreta caca negli anni del comunismo.

La vittoria di un populista non dovrebbe far notizia in un paese dell’Europa centro orientale, dove il populismo è predominante. Sennonché, la Repubblica Ceca non è un paese come tutti gli altri. Ha ottime performances economiche, ha attraversato indenne la crisi ed oggi presenta un tasso di crescita fra i più altri della UE, superiore al 4%. il tasso di disoccupazione è molto basso, 5,2%, l’immigrazione, specie quella dal Medio Oriente, non esiste. Praga ha accolto appena 12 dei 160 mila rifugiati siriani e iracheni sbarcati soprattutto in Grecia nel 2015. Non fa parte dell’eurozona, per cui l’impatto delle politiche di rigore, da queste parti, non si fa sentire troppo. Mentre si fanno sentire i vantaggi dell’appartenenza alla UE, generosa di fondi ai quali questo piccolo paese deve in larga misura la propria prosperità.

E allora perché vincono le forze populiste? Evidentemente la teoria diffusa fra sociologi e politologi secondo la quale il populismo è il frutto del disagio sociale, economico e culturale dei ceti popolari colpiti dalla crisi e spaventati dai massicci flussi migratori, è insufficiente a spiegare un simile successo. Né si può immaginare una chiusura preventiva, una sorta di autodifesa in grado di prevenire fenomeni potenzialmente degenerativi.

La spiegazione, in effetti, potrebbe trovarsi nel divario fra la realtà dei problemi e la loro rappresentazione simbolica nel dibattito pubblico di un paese. Insomma, non conta la realtà fattuale ma quella virtuale, il modo in cui essa viene raccontata da politici e media, spesso poco responsabili.

Ed è una bella sfida per la democrazia.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here