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La marcia trionfale del leader dei laburisti britannici, Jeremy Corbyn ha subito una prima, significativa battuta di arresto, anche se su un piccolo test elettorale. Nelle votazioni per due seggi vacanti alla Camera dei Comuni – il parlamento britannico – ha perso in una delle tradizionali roccaforti “rosse”, Copeland, dove da 80 anni il Labour aveva costantemente mantenuto una solida maggioranza di elettori.

Non è una sorpresa, perché tutti i sondaggi mettevano in guardia da una sonora sconfitta elettorale del partito laburista sotto la guida di questo strano leader, una sintesi fra socialismo ottocentesco e populismo di sinistra 2.0.

Corbyn aveva vinto bene le primarie del suo partito nel 2015, e poi l’anno successivo era stato riconfermato, dopo una guerra senza quartiere con la quasi totalità dei parlamentari laburisti. Amato dalla base giovanile del partito, sembrava l’emblema di una sinistra che ha successo se fa “cose di sinistra”.

Ma non funziona così. E Corbyn è oggi il simbolo di una sinistra ideologica che vince le primarie ma perde le elezioni. I sondaggi accreditano un distacco di 15 punti fra lui e la premier Theresa May ed una riduzione dei parlamentari ad uno dei livelli più bassi della storia recente nel caso di un voto politico che al momento è previsto per il 2020.

Anche il francese Hamon appartiene a questo genere di esponenti dell’ala sinistra del socialismo, che piacciono ai militanti ma non agli elettori: o almeno, non alla maggioranza di essi. Le prossime presidenziali in Francia lo indicano in risalita, ma non in grado di competere con Macron-Bayrou e Marine Le Pen.

Gli italiani sono avvertiti: è bene ricordarsi che non basta vincere le primarie. La vera sfida è trovare un candidato in grado di parlare alla maggioranza dell’elettorato e vincere quindi le elezioni.

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