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Un rompicapo irrisolvibile. Così deve sembrare l’Italia vista da Bruxelles, dove partiti e gruppi politici si preparano alle elezioni europee del maggio 2014. Elezioni importanti, perché si decideranno non solo i rapporti di forza all’interno del parlamento, ma anche, indirettamente, il profilo politico del successore di Barroso alla guida della Commissione. I due principali partiti, i conservatori del PPE ed i riformisti della S&D, stanno affilando le armi a livello continentale, ma devono fare i conti con i nervosismi e le lacerazioni delle due principali forze politiche italiane: Pdl e Pd.

Democratici e socialisti

Sul fronte dei riformisti, il bubbone è già esploso. Non appena il segretario dei democratici, Epifani, ha annunciato che Roma ospiterà fra la fine di gennaio e i primi di marzo il congresso del PSE, il partito socialista europeo, c’è stata la durissima reazione di Beppe Fioroni, uno degli esponenti dell’area “cattolica” del partito democratico. Se Epifani ha spiegato che questo vuole essere il «segno di un’appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami» Fioroni ha subito stigmatizzato il «blitz pericoloso e grave» del segretario «con cui viene meno l’atto fondativo del Pd». Quell’atto, infatti, stipulato nel 2007, in seguito alla fusione fra Ds e Margherita, escludeva infatti l’adesione al Pse.

Il Pd dunque non è mai stato affiliato al partito socialista europeo. Ha invece aderito al gruppo che all’europarlamento raccoglie i riformisti e che, proprio allo scopo di far posto all’ibrido partito italiano, modificò il proprio nome in “Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici” (S&D): denominazione barocca che in realtà a Strasburgo nessuno usa mai, preferendo nel linguaggio di tutti i giorni in un più pratico “gruppo socialista”, o al massimo “gruppo socialdemocratico”. Quindi in linea teorica le rimostranze di Fioroni hanno un fondamento, anche se nella sostanza, come era prevedibile, la presenza della componente ex democristiana nel Pd, si è ormai ridotta in maniera considerevole all’interno del partito.

E’ improbabile comunque che le minacce di Fioroni di resuscitare la Margherita abbiano un seguito. Ma troppo spesso i dirigenti del Pd di origine comunista o socialista, dimenticano che il partito è il frutto di una fusione fra due anime politiche molto diverse fra di loro: quella degli ex comunisti e quella degli ex democristiani.

Berlusconi fuori dal PPE?

Anche sul fronte dei conservatori del PPE, le cose sono piuttosto complicate. In attesa di vedere, se mai nascerà, la versione italiana del partito popolare europeo con i centristi (casiniani e scelta civica) e gli eventuali “esuli” del Pdl, sembra che a Bruxelles qualcuno si stia domandando se ci sia posto nel PPE per la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi. E la risposta che viene data, al momento in via del tutto informale e provvisoria, è che potrebbe non esserci posto; che la nuova-vecchia creatura del Cavaliere potrebbe trovare una collocazione più adeguata altrove, forse nell’ECR, il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti, il raggruppamento al quale è iscritto anche il premier britannico Cameron.

Il Cavaliere nel PPE in realtà oggi ha molti nemici e pochi amici. Ma ha, o almeno ha avuto, un doppio punto di forza: le risorse finanziarie e i numeri, visto che il gruppo politico che fa capo al Pdl è ancora molto consistente, nonostante l’uscita di Mario Mauro.

Fra coloro che nel PPE considerano Berlusconi un po’ peggio del fumo negli occhi, ci sono personaggi potenti, come la cancelliera Merkel e Joseph Daul, neo presidente del PPE al posto di Martens, venuto a mancare nelle scorse settimane. Quest’ultimo è un sanguigno alsaziano dell’UMP, il partito neogollista francese, e negli ultimi mesi non ha mancato di criticare a più riprese e senza troppi giri di parole il “signor Berlusconi”, sia per le vicende giudiziarie che per la responsabilità nella caduta del governo Monti.

La domanda è però sempre la stessa. Può un raggruppamento come il PPE (dove peraltro trovano spazio anche personaggi assai discutibili, come il premier ungherese Viktor Orban) rinunciare al contributo finanziario e (potenzialmente) numerico di Berlusconi? E questo in una tornata elettorale nella quale si decidono non solo i rapporti di forza all’interno dell’europarlamento, ma, indirettamente, anche il sostituto di Barroso alla guida della Commissione?

La realpolitik, alla quale il PPE ha sempre ispirato la sua azione consiglierebbe di non farlo. Ma le cose possono prendere una piega diversa.

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