Il bivio del Pdl, se Angelino diventa “Angelone”

Quel “quid” che gli mancava Angelino Alfano lo ha trovato all’improvviso, nel fuoco delle polemiche che hanno portato il Pdl sull’orlo della scissione. E ha condotto il suo stormo di “colombe” verso un’approdo più sicuro di quanto non sarebbe stata un’avventuristica separazione dal partito di Berlusconi.

Nei giorni della fiducia e della tensione nel Pdl, Alfano si è trovato da subito di fronte ad un bivio: tentare la via del gruppo parlamentare autonomo alla Camera e al Senato, nella prospettiva di dar vita ad un nuovo partito diverso dalla nuova Forza Italia, oppure restare nella “ditta” (ci si passi il gergo bersaniano), tentando di prenderne la guida.

La prima opzione sarebbe stata certamente la più coerente. Ed era quella auspicata da Casini, Monti e da quanti gravitano intorno all’area del centro. Ma sarebbe stata una scelta perdente. Alfano e suoi avrebbero inevitabilmente finito per restare intrappolati nell’orbita minoritaria e affollatissima dei centristi, dando vita non ad un grande rassemblement immaginato come proiezione italiana del Partito Popolare Europeo, ma come una piccola ed ininfluente formazione: una fra le tante che popolano la costellazione centrista. Perché Alfano e i suoi sanno perfettamente che un Pdl senza Berlusconi probabilmente non catturerebbe neanche un voto dell’elettorato di centro destra.

La seconda opzione non era (e non è) priva di rischi, ma è certamente più produttiva, nel breve e nel lungo termine. Alfano resta nel Pdl, taglia le ali ai “falchi” e costringe Berlusconi a cedergli il partito. Operazione fino ad ora ben riuscita, come conferma l’incontro di ieri fra i due a Palazzo Grazioli, abitazione romana del Cav. In tal modo i “ribelli” si impadroniscono di fatto del Pdl, senza alienarsi il sostegno del leader: un Berlusconi certo stanco, indebolito, arrabbiato, ma senza il quale nessuno nel centrodestra è in grado di vincere le elezioni.

La solidarietà di Angelino a Berlusconi dopo la decisione della Giunta di rinviare all’Aula il voto sulla probabile decadenza dell’ex premier, non deve ingannare. Non c’è alcun ripensamento, non c’è un ritorno alla “casa del padre” con la testa china e il capo coperto di cenere. Semplicemente Alfano non vuole passare per traditore agli occhi del suo elettorato, abbandonando nel momento più difficile l’uomo che lo ha creato e al quale deve tutto. Ma il progetto di conquista del partito di esautoramento di fatto del suo fondatore sembra ormai irreversibile.

In attesa magari nel tempo di un naturale e graduale passaggio di poteri.

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