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La vittoria di Syriza è il frutto avvelenato delle politiche di  austerity imposte dalla Germania e dai suoi alleati all’intera Europa e, con particolare durezza, alla Grecia . Ma è anche la fase estrema ed inesplorata della la crisi che da oltre 6 anni sconvolge il Vecchio Continente: la crisi della politica e della democrazia.

Per capire come l’Europa”tedesca” sia giunta al punto da premiare un partito di estrema sinistra con qualche vocazione euroscettica e antagonista, schiacciando i partiti moderati tradizionali e facendo arrivare al terzo posto un partito neofascista, lo si capisce facendo una rapida carrellata della recente storia greca. Una storia che parte con l’ingresso di Atene nell’euro, vaso di coccio in mezzo ad altri vasi di ferro. Un’economia ferma, quella di Atene, con un alto indebitamento, e un sistema burocratico-amministrativo gigantesco e inefficiente: problemi che conosciamo anche dalle nostre parti, sia pure con dimensioni assai più ridotte,

Al suo arrivo al potere, in seguito a regolari elezioni, l’8 ottobre del 2009 il socialista Papandreou scoperchia il vaso di Pandora dei conti dello stato. Conti pesantemente truccati. Il rapporto deficit/PIL era 5 volte superiore a quello ufficialmente comunicato a Bruxelles nel 2009 (3,7  quello “ufficiale”, 13,57 quello reale). La notizia, che Papandreou non poteva più tenere nascosta, determinò una crescente sfiducia degli investitori nei confronti del debito greco, e un anno dopo la crisi del debito arrivò al punto tale che Atene non era più in grado di finanziarsi sui mercati. Per evitare la bancarotta, con la conseguente impossibilità dello stato di corrispondere gli stipendi dell’esercito di dipendenti pubblici, la Grecia fu costretta a far ricorso ad un prestito internazionale, di BCE, UE e Fondo Monetario internazionale. In cambio, Europa e FMI chiedevano ad Atene garanzie sugli impegni assunti per la restituzione del prestito, e sulle necessarie riforme.

Lo strumento di verifica di questi “progressi” era la famigerata troika. Quest’ultima, più che più che tenere sotto controllo i bilanci dello stato, si comportò utilizzò oltre ogni raginevole limite i propri poteri di commissario, imponendo tagli e privatizzazioni a tappe forzate, che in 5 anni hanno ridotto la Grecia alla stregua di un paese uscito perdente da una guerra. Il debito pubblico schizzato dal 125 al 180%, il 25% in più dei disoccupati, un impressionante aumento del numero dei poveri, la ricchezza del paese ridotta di 1/4. Gli errori e le scelte irresponsabili dell’asse franco-tedesco di Merkel e Sarkozy, a partire dal vertice di Deauville del 2010, hanno completato l’opera.

Forse qualcosa non ha funzionato nella ricetta del rigore che provoca solo recessione? Qualunque commentatore direbbe di sì. Ma l’Europa a guida tedesca, pensa che sia vero il contrario: che solo tenendo sotto pressione un paese, per quanto già stremato, si possa incentivare la classe dirigente di quel paese a fare le riforme.

I risultati di questa politica recessiva ha provocato l’esplosione di una nuova profonda forma di crisi politica, che trova nel successo di Tsipras la sua più eloquente, ma non l’unica, espressione.

In quasi tutti i paesi UE infatti i partiti tradizionali sono in forte difficoltà, assediati dalle forze euroscettiche e iper-nazionaliste. Sette capi di governo nei 6 anni della crisi sono stati costretti a lasciare il potere, anche su pressione europea. 11 paesi su 29 sono governati da coalizioni destra-sinistra, cioè da grandi coalizioni. Insomma, l’Europa a trazione germanica, pur senza riuscire ad esprimere una volontà politica comune, è riuscita ad indebolire i partiti tradizionali con vocazione più marcatamente federalista ed europeista, e a rafforzare le spinte centrifughe. Un vero capolavoro!

Cosa accadrà ora? Se Tsipras cercherà un accordo, e se sarà davvero possibile trovarlo su tutti e 5 i punti principali del suo programma (cosa tutta da verificare), l’esempio greco sarà un faro per tutti i paesi in difficoltà che hanno contratto, o che contrarranno, prestiti internazionali, e che un domani potranno legittimamente chiedere di non pagare gli interessi. Per gli investitori sarà un invito a fuggire dall’acquisto di titoli del debito europei: ci sarebbe un po’ l’effetto moltiplicatore della sfiducia, indotta sul mercati dal vertice di Deauville cui abbiamo sopra accennato. Se Bruxelles e Berlino non cederanno alle condizioni-capestro poste da Syriza, allora l’uscita della Grecia dall’euro e dall’Europa sarebbe inevitabile. E tutti saremmo chiamati a pagare un prezzo molto salato.

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