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Sono finiti i tempi delle passerelle mediatiche in Vaticano per i nostri politici. L’ultima udienza loro riservata da Papa Francesco la mattina del 27 marzo, ha marcato una netta discontinuità con il passato. Messa alle 7 di mattina, nessuna stretta di mano (se si eccettuano i saluti istituzionali con il sottosegretario Delrio e con i presidenti di Senato e Camera), parole dure come macigni.

Ancora una volta insomma, questo Papa ha voluto mettere in chiaro che non esiste alcun rapporto privilegiato fra la Chiesa e la politica italiana. Ee è questo forse il punto di maggiore distanza nella visione “politica” del Papa argentino rispetto a tutti i suoi predecessori: l’aver rotto il cordone ombelicale che da sempre legava le alte gerarchie vaticane alla politica italiana. La lunga e contrastata “era Ruini” è tramontata per sempre, sostituita da una visione “universale” dei rapporti fra Chiesa Cattolica e politica. Una visione già presente nel pontificato di Benedetto VI e ora portata a compimento da Francesco.

Da questa premessa discendono molte conseguenze. La prima, quella che comunque colpisce di più, è il distacco con il quale Papa Francesco parla ai politici italiani. Non più “figli prediletti”, ma figli e basta, forse anche un po’ troppo peccatori, e quindi destinatari di una forte sollecitazione al ravvedimento e al pentimento.

Questo è stato il messaggio contenuto dell’udienza del 27 marzo, secondo quanto riportato dalla Radio Vaticana.
Il successore di Pietro si riferisce all’insegnamento del Vangelo, ma è fin troppo evidente che il messaggio è valido per l’Italia di oggi tanto quanto per la Palestina ai tempi di Gesù:

«Al tempo di Gesù c’era una classe dirigente che si era allontanata dal popolo, lo aveva “abbandonato”, incapace di altro se non di seguire la propria ideologia e di scivolare verso la corruzione».

E ancora, in un passaggio successivo, aggiunge:

«Il cuore di questa gente, di questo gruppetto con il tempo si era indurito tanto, tanto che era impossibile ascoltare la voce del Signore. E da peccatori, sono scivolati, sono diventati corrotti. E’ tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti.»

Sarà un caso che il Pontefice, di fronte a 518 politici italiani fra parlamentari, ministri ed eurodeputati, intervenga su un tema sensibile come quello della corruzione? No, non è un caso. E’ un richiamo preciso a rompere con quella che purtroppo sembra essere diventata agli occhi di una larga parte dell’opinione pubblica, l’essenza stessa e il fine della politica di oggi.

Ma è sbagliato strumentalizzare politicamente queste parole. Non sono un attacco alla “Casta”, secondo una scontata e rozza interpretazione, sono un invito a cambiare, a seguire la “dialettica della libertà” indicata dal Signore e non la “logica della necessità” proposta dai “dottori del dovere”: espressione con la quale Francesco indica coloro i quali avevano perso la fede e reggevano il popolo solo con la “teologia del dovere”.

Un appello insomma ad un profondo rinnovamento etico, culturale e religioso, indirizzato a quei troppi “dottori del dovere” che operano sì nella politica, ma anche nella stessa Chiesa e nella società.

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