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Quando ormai i risultati del voto di domenica sono quasi definitivi, vi proponiamo alcune riflessioni sulle principali novità e le conseguenze politiche contenute nel voto in Italia e in Europa.

Italia

La vittoria netta, e sorprendente per le sue dimensioni, di Matteo Renzi, indica con chiarezza che nel paese cresce forte la voglia di stabilità e che le paure sollevate dalla campagna di insulti di Beppe Grillo ha finito per danneggiare proprio il Movimento 5 Stelle. Il fatto che circa tre milioni di voti, rispetto alle politiche di quest’anno siano stati conquistati dal PD e altrettanti siano stati persi da Grillo, non deve indurre in errori di valutazione. Il PD ha certamente recuperato una parte dei voti che erano andati al M5S, ma la gran parte di quei consensi provengono dai settori moderati dell’elettorato, sia dai centristi, che scompaiono dalla scena politica, sia, in parte minore, dalla stessa Forza Italia. Qui l’eelenco provvisorio dei 73 italiani eletti

Le elezioni non si vincono sulla Rete, e neanche nelle piazze. Fra il risultato virtuale immaginato dai grillini e la dura realtà dei numeri veri c’è un abisso.

Si rafforza il partito dell’astensione: solo il 57,22 per cento degli aventi diritto in Italia è andato a votare, contro i 65,87% delle europee del 2009. Un dato in controtendenza rispetto al voto dell’Europa nel suo complesso, dove l’affluenza alle urne è rimasta stabile al 43%.

Il partito di Silvio Berlusconi, in netto calo, al 16%, dovrà ripensare alla propria strategia futura. Sempre più probabile a questo punto la discesa in campo di Marina Berlusconi, che tenterà di  rimettere in piedi un’alleanza di centrodestra frantumata e priva di spinta propulsiva.

Il cammino dell’Italicum e delle riforme potrebbe subire una battuta di arresto. Per Berlusconi sarebbe un suicidio approvare una legge elettorale a doppio turno: neanche rimettendo in piedi la vecchia alleanza del PDL riuscirebbe ad avvicinarsi ai numeri del PD di Renzi. Forza Italia+NCD+Lega complessivamente arrivano al 27%. mentre il Partito Democratico da solo supera il 40%, e non ha neanche bisogno di scendere a compromessi con altre forze politiche, come Sel o i verdi. Qui sotto i risultati definitivi del ministro degli interni
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Il movimentismo di Renzi paga, e per questo il rischio peggiore per il premier è il pantano prossimo venturo. Non c’è dubbio infatti che, come dicevamo, il rapporto con Berlusconi sia destinato deteriorarsi e il cammino parlamentare delle riforme possa di conseguenza subire un rallentamento. La sola risposta al logoramento, ha fatto capire il Premier, sarebbe il voto anticipato. Ma si tratterebbe di un azzardo, perché si tornerebbe a votare con un proporzionale puro, e una nuova grande coalizione sarebbe quasi inevitabile. Per il momento comunque, il premier si gove la vittoria e assicura che non si tornerà alle urne prima del 2018.

L’ottima performance della Lega (6,17%) ha galvanizzato il segretario Salvini. Ma il Carroccio, con la sua discutibile compagnia europea, non riuscirà a far molto a Bruxelles e Strasburgo. E l’euro continuerà ad essere la moneta unica, anzi la sua governance sarà rafforzata. Da sottolineare che ancor prima dei risultati, è intervenuto il governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, per rassicurare i mercati e annunciare importanti iniziative della BCE.

Europa

Il risultato più macroscopico del voto su scala europea è stata la straordinaria vittoria in Francia e Regno Unito di due formazioni populiste ed euroscettiche: il Front National di Marine Le Pen, e l’UKIP di Nigel Farage, risultati vincitori assoluti nei loro paesi. Un risultato controbilanciato dal successo della Merkel e dall’avanzata dei socialdemocratici in Germania, e dal voto in controtendenza, cioè sotto il segno della stabilità, in Italia.

 

Un po’ in tutta Europa si sono affermate liste di protesta, di ispirazione populista o xenofoba. Unica matrice comune è l’antieuropeismo, declinato però in vari modi: chi come Farage vuole semplicemente portare il suo paese, il Regno Unito, fuori dall’Euro, chi come la destra della Le Pen e di Salvini, vuole l’uscita dall’euro e il ritorno alle valute e alle politiche nazionali, chi infine vuole un’Europa completamente diversa, come la sinistra di Alexis Tsipras, ch diventa il primo partito nel suo paese, la Grecia. Tutti questi partiti, però,ome nella biblica torre di Babele, parlano lingue diverse, e non sarà facile per loro creare un fronte comune della protesta.

L’area dei “rompiscatole” (definizione di Salvini) comunque si allarga e conquista 137 seggi a Strasburgo. Troppo pochi per cambiare davvero le cose in Europa, ma abbastanza per far sentire la loro voce. Le forze europeiste invece, pur subendo una contrazione,  restano fortemente maggioritarie: anche al loro interno però sono in molti a chiedere un cambiamento profondo delle politiche europee: fra queste c’è anche il PD di Renzi, il cui peso cresce in maniera significativa all’interno del PSE.

Il prossimo parlamento europeo sarà in grado di funzionare nonostante la presenza di una forte componente antieuropea. Ma sarebbe un errore per i partiti tradizionali sottovalutare l’insoddisfazione profonda di così larghe fasce della popolazione europea, e rinchiudersi in una pura difesa dello statu quo.

Su scala europea, il risultato italiano rafforza il peso del nostro paese, nel momento in cui si accinge ad assumere la guida del semestre di presidenza UE. E consegna all’Europa un’immagine di stabilità alla quale ormai da tempo non eravamo abituati e che può essere solo positiva.

Cariche europee

Una curiosa espressione di Juncker
La sorpresa di Juncker

Il PPE anche in questa legislatura è il primo partito. E’ presumibile quindi che la strada per la nomina del candidato dei popolari , Jean-Claude Juncker, alla carica di presidente della commissione europea sià leggermente più in discesa. Ma i giochi non sono ancora conclusi, e contro di lui si va formando una fronda che va dal britannico Cameron all’ungherese Orban. Ed anche la Merkel avrebbe un proprio candidato “segreto”: la numero 1 del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde. Per questo già nella notte elettorale Juncker ha fatto sentire la sua voce: «in quanto candidato (alla presidenza della commissione europea, ndr) del pià grande partito ho vinto le elezioni:il PPE infatti ha avuto una chiara vittoria» conquistando 212 seggi contro i 187 del PSE. Ma essendo evidentemente consapevole delle manovre per scegliere un nome diverso dal suo, Juncker ha mandato un chiaro segnale ai leader europei «a non ignorare il voto degli europei, scegliendo il candidato presidente nei corridoi».

Il candidato socialdemocratico, il tedesco Martin Schultz, dovrà rinunciare all’incarico di presidente della commissione. Forse, come premio di consolazione, potrebbe essergli assegnata la poltrona di ministro degli esteri UE (ufficialmente chiamato Alto Rappresentante) fino ad oggi ricoperto dalla baronessa Ashton, una laburista britannica. In questo quadro, l’incarico di presidnete dell’europarlamento potrebbe andare al liberale Guy Verhofstadt.

Martedi ci sarà una cena di capi di stato e di governo dei 28 paesi per fare un primo giro d’orizzonte. Questa la lettera di convocazione del presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy. In quella sede verrà conferito  Van Rompuy, ex premier del Belgio e abilissimo negioziatore, il compito di trova un accordo globale sulle europoltrone. E non sarà un compito facile.

 

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