Ecco perché non si tornerà a votare a novembre.

Elezioni a fine novembre, come scrive Francesco Bei in un’accurata ricostruzione su la Rubblica di oggi vai all’articolo ? Possibili, ma assai improbabili. I cosiddetti venti di crisi che soffiano dal Pdl, sembrano piuttosto la prosecuzione di un pressing di Berlusconi sul Pd e sul Capo dello stato, che non una reale volontà di trascinare il paese verso un voto carico di incognite.

I tempi per un ritorno alle urne il 24-25 novembre sarebbero infatti troppo stretti. Il voto infatti, Costituzione alla mano, deve svolgersi entro 70 giorni dal decreto di scioglimento, quindi a partire dalla meta’ di settembre. Si rischierebbe in tal modo di votare a ridosso di Natale, e in più con risultati che potrebbero essere segnati dalla massima incertezza, se proiettati in una fase politica assai diversa da quella attuale. Anche se il governo cadesse, con le dimissioni dei ministri del Pdl, fra oggi e lunedì 9, data della riunione della giunta, e’ da escludere che il Capo dello Stato firmi il decreto di scioglimento già la prossima settimana. Il Colle difatti dovrà avviare le verifiche previste dalla Costituzione, cioè le consultazioni con i presidenti delle camere e con i gruppi parlamentari, e magari potrebbe individuare in parlamento una maggioranza diversa da quella attuale, in grado di sostenere un nuovo esecutivo. Avrebbe molte buoni ragioni Napolitano per non chiudere traumaticamente la legislatura: l’incombente guerra in Siria, le misure economiche all’esame del parlamento, la crisi economica e occupazionale che richiede stabilita’, ma mancata modifica della legge elettorale.
O potrebbe anche sciogliere una sola Camera, il Senato ad esempio, dove non esiste una solida maggioranza. Non è mai accaduto, ma e’ previsto alla Costituzione, e, in ogni caso, l’ultimo anno ci ha abituato alle situazioni inedite.
Senza contare che prima del voto anticipato potremmo assistere ad un altro colpo di scena: le dimissioni di Napolitano e l’elezione del nuovo capo dello stato da parte dell’attuale parlamento. Sarebbe l'”arma finale” che il capo dello stato al momento della sua rielezione aveva messo nel suo arsenale.

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