È ancora carica l’«arma» delle dimissioni di Napolitano?

Nei giorni scorsi il capo dello stato ha ricordato ai partiti, e sopratutto a Forza Italia, che sul suo tavolo c’è ancora un’arma, e che non esiterebbe ad usarla se la situazione politica si incartasse verso un’inconcludente rissa permanente che blocca le necessarie riforme. Quest’arma, già evocata dal presidente della repubblica all’atto della sua riconferma, è la minaccia di dimissioni. Ma ad 8 mesi dalla sua plebiscitaria rielezione quest’arma è ancora carica? Oppure ormai è caricata a salve? E il capo dello stato è davvero pronto a servirsene, se fosse necessario?

Negli ultimi mesi si sono registrati nella politica italiana due eventi di primaria importanza. Il primo è l’uscita dal governo e dall’area della maggioranza di Silvio Berlusconi, con tutto quel che ne è conseguito: la nascita di Forza Italia e il suo passaggio all’opposizione, la scissione degli alfaniani, la formazione del Nuovo Centro Destra. Il secondo evento è l’incoronazione di uno scalpitante Matteo Renzi alla segreteria del Pd: per ora, il sindaco-segretario è riuscito a ricompattare il partito e a stringere un accordo con Letta per una prosecuzione delle “piccole intese” fino all’inizio del 2015. Tutti sanno però che, nonostante le rassicurazioni renziane sul governo, l’ipotesi di elezioni anticipate sarebbe quantomai gradita ai neosegretario dei democratici, anche se non può certo essere lui a provocare una fine traumatica della legislatura.

In un paio di mesi, quindi, lo scenario politico-parlamentare è profondamente cambiato. Ad urlare “al voto subito” non sono più soltanto i soliti grillini, ma anche un partito come la nuova Forza Italia. E nelle fila del Pd sono in pochi a gridare, ma in molti ad auspicare un ritorno rapidissimo alle urne.

In questo scenario, l’eventuale annuncio di dimissioni di Napolitano di fronte ad una conclamata impasse politica troverebbe una parte consistente del parlamento forse poco disposta a cospargersi il capodi ceneri , dando ancora una volta prova di grave irresponsabilità nei confronti del paese. Settori rilevanti della classe politica, al contrario, sarebbero ben felici di cavalcare la doppia sfida della scelta di un nuovo capo dello stato e delle elezioni, perché, il primo atto formale del successore di Napolitano sarebbe lo scioglimento delle camere che lo hanno appena eletto.

Sarebbe però uno scenario sciagurato, nel quale le ipotetiche dimissioni del capo dello stato si trasformerebbero in un fatto dirompente, un grave atto di accusa davanti alla pubblica opinione nei confronti di un’intera classe politica. Eppure è un’ipotesi alla quale il partito delle elezioni anticipate sta già lavorando. Le minacce di Grillo e di alcuni berlusconiani di impeachment contro Napolitano proprio a questo mirano: ad indbolire, fino a farlo saltare, il cardine che tiene unito il sistema, per far implodere l’intero sistema, nella prospettiva di un’improbabile palingenesi elettorale.

Difficilmente questo disegno riuscirà a concretizzarsi, innanzitutto perché il capo dello stato, che ha dato finora prova di uno straordinario senso di responsabilità nei confronti del paese (anche compiendo scelte assai impopolari ma indifferibili) certo non si assumerà la responsabilità di gettare l’Italia nel caos, interrompendo traumaticamente il mandato presidenziale. Mentre saranno piuttosto destinati ad intensificarsi nei prossimi mesi gli attacchi al Quirinale da parte di chi ha sposato la logica del “tanto peggio, tanto meglio”.

Per tornare alla domanda iniziale, dunque, l’arma delle dimissioni di Napolitano è un po’ più scarica rispetto a qualche mese fa, ma rappresenta ancora un potente deterrente contro l’immobilismo e la demagogia. Anche se è assai improbabile che verrà mai utilizzata. Almeno prima del 2015.

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