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Un’Italia sempre più rinchiusa in sé stessa, sempre meno coesa, sempre meno europeista, preoccupata per il futuro, eppure non rassegnata, anzi pronta a rimboccarsi le maniche: questo il quadro che emerge da due distinte rilevazioni condotte dal Censis e da Eurobarometro, e che riguardano il nostro paese.

Nel complesso il Censis dipinge un quadro che appare abbastanza realistico dei nuovi italiani, immersi in quello che viene definito “un letargo esistenziale collettivo“; cioè in una sorta di “limbo” privo di un “progetto generale di sviluppo” del paese – che può essere alimentato solo dalla politica, e che ormai non esiste da tempo. La nuova dimensione dell’italiano, maestro nell’arte di arrangiarsi, non consiste nello stare con le mani in mano in attesa di un’improbabile palingenesi economica e sociale, ma nell’adoprarsi con le risorse individuali che ha a disposizione per andare avanti. Nasce così, ad esempio, il fenomeno di Bed&Breakfast (560 mila, con 6 miliardi annui di fatturato), e delle nuove forme imprenditoriali, risultato della fusione di antichi mestieri, artigiano e design, turismo e  cultura.

In sostanza, dalle ceneri della Grande Recessione europea sta nascendo un’Italia nuova, molto diversa da quella di un passato anche recente. Forse un’Italia migliore, specchio di una società che non si rassegna, che riesce a guardare avanti anche senza la sicurezza di un welfare oggi praticamente inesistente, ma che anzi ritrova nella fantasia e nell’impresa individuale e familiare il suo eterno punto di ripartenza.

Ed è confortante anche il dato che riguarda gli stranieri, che in Italia, contrariamente ad altri paesi europei, sembrano più disposti ad integrarsi nel ceto medio, con un incremento del 31,5% delle imprese con titolari stranieri, dal 2008 al 2014, mentre le imprese gestite da italiani sono diminuite nello stesso periodo del 10%: ed è quest’ultimo uno delle note più dolenti della crisi.

I dati dell’ultima rilevazione di Eurobarometro, relativi al complesso della UE e in particolare al nostro paese, raccontano invece di un’altra faccia dell’Italia, preoccupata soprattutto per la crisi migratoria e animata da un crescente sentimento di sfiducia nei confronti dell’Europa. I timori per l’immigrazione che sembra ormai fuori controllo sono in realtà diffusi un po’ in tutto il Continente: la maggioranza degli oltre 28 mila intervistati pensa che ci voglia più decisionismo in materia di immigrazione a livello europeo (66% il dato UE, 68% in Italia); che le procedure legali per la migrazione debbano essere le stesse in tutti gli stati membri (79% UE, 82% Italia); e che la distribuzione del numero di migranti in cerca di asilo negli stati membri debba essere migliorata (78% UE, 84% Italia).

Ma quasi in nessun altro paese come in Italia è così manifesta e diffusa la sfiducia nei confronti dell’UE. Un dato per tutti: appena quattro italiani su dieci ritengono che l’adesione all’Unione Europea abbia costituito un beneficio per il paese – una percentuale così bassa, fra i 28 Stati membri, si registra solo a Cipro col 39% degli intervistati: in Lussemburgo, invece, gli europeisti entusiasti sono ben l’82%.

Non c’è da stupirsi di questa disaffezione, visto che di fronte alle grandi emergenze, la crisi economica, l’immigrazione e, oggi, il terrorismo, l’UE ha brillato per la propria assenza e qualche volta per le scelte sbagliate. Oggi però sembra si sia giunti ad un bivio decisivo: o la disintegrazione dell’Europa, o una sua vera integrazione.

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