Crisi, perché al Cav non conviene

“Non è che abbiamo fatto una cazzata con queste dimissioni di massa?” Il dubbio amletico sarebbe uscito dalla bocca di Silvio Berlusconi durante una delle ultime riunioni con i suoi fedelissimi, secondo quanto riferisce “Il Fatto Quotidiano”. Non sappiamo se queste parole siano mai realmente pronunciate dal Cavaliere, ma non è difficile immaginare che le abbia davvero pensate. Perché Berlusconi non è mai stato incline all’autolesionismo.

E l’accelerazione imposta allo scontro politico e istituzionale con la storia delle dimissioni dei parlamentari PDL è evidentemente una mossa che porta soltanto pregiudizio al Cav; per non parlare degli effetti disastrosi su un Paese già allo sbando.

Non è che ci volesse molto per capirlo, e i consiglieri più avvertiti (che in questa fase esplosiva sono anche i meno ascoltati) glielo andavano dicendo da giorni. Ma l’avvicinarsi del pronunciamento della giunta sulla decadenza, la spada di Damocle dei domiciliari, e sopratutto l’annunciato arrivo di nuovi provvedimenti giudiziari dalle Procure di Napoli e/o di Milano, hanno indotto il leader di Forza Italia a dar ascolto ai cosiddetti falchi, e a far saltare il tavolo.

Perché è evidente che a questo punto, anche se il governo dovesse superare la verifica delle Camere attraverso il voto di fiducia, e non è escluso che vada a finire così, l’esperienza delle larghe intese in salsa italiana è irrimediabilmente compromessa.

Dopo le dimissioni annunciate dai suoi, Berlusconi si è trovato solo. La solidarietà dei parlamentari PDL gli servirà a poco. Anche perché è evidente che le dimissioni di massa non sono praticabili.

La verità è che il pressing su Napolitano per ottenere direttamente o indirettamente un provvedimento di clemenza è fallito. Anzi il Cav si è trovato schiacciato in una tenaglia fra il Quirinale e Palazzo Chigi, dopo la verifica a tempi da record imposta da un Letta giustamente furioso con il PDL per la figuraccia che gli ha fatto fare mentre era in missione a New York.

Il solo risultato ottenuto con la sceneggiata delle dimissioni di massa, è di aver messo in moto il partito della crisi presente nelle due principali di questa agonizzante maggioranza. Prova ne sia la fretta con la quale il PD ha archiviato il gioco di società delle regole per le primarie, preparandosi ad elezioni anticipate, che molti auspicano, a partire da Renzi.

Ma le elezioni non ci saranno, Napolitano lo ripete ogni giorno. E il Cav rischia così di trovarsi nelle condizioni peggiori: non più senatore, incandidabile, limitato nella libertà di movimento dai provvedimenti restrittivi imposti dalla sentenza di condanna, e magari anche con un governo “ostile”.

Da qui la decisione di una rapida e amara retromarcia. E la consapevolezza di aver fatto una “cazzata”. Ma per i ripensamenti forse ormai è troppo tardi.

[print_gllr id=627 display=short]

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *