Crisi Pdl, Berlusconi ha un “piano B”

Lo strappo di Alfano preoccupa e amareggia Berlusconi, ma forse, alla fine, non più di tanto. Perché il Cav ha già pronta da tempo una strategia alternativa ad un PDL che da almeno due anni gli stava troppo stretto.

La strategia è questa: mollare le fastidiose “colombe” al loro destino, provando attraverso continui contatti telefonici e diretti a limitare al massimo l’emorragia di consensi verso la nuova, probabile formazione di Alfano & CO, che dovrebbe chiamarsi Nuova Italia. Insomma ripetizione del metodo Fini, non a caso richiamato ripetutamente in questi giorni dal direttore del Giornale Sallusti, uno dei super-falchi berlusconiani.

Il secondo passaggio consiste nel chiudersi insieme ai fedelissimi nella ridotta della Nuova Forza Italia
. Una formazione che consenta a Berlusconi di continuare a fare politica nel solo modo in cui la sa fare: senza contestazioni interne, senza il “controcanto” continuo (come diceva in riferimento a Gianfranco Fini), con una sola voce che detta la linea politica: la sua. E sopratutto senza il rischio che una rumorosa fronda metta i bastoni fra le ruote se e quando, a causa della sua incandidabilità, decidesse di pore alla guida di Forza Italia la figlia Marina, l’unica persona della quale veramente si fida. Una scelta a questo punto quasi obbligata.

Questa strategia parte da lontano. “Angelino” è una sua creatura, è vero: ma il Cav non si è mai fidato di lui. O meglio; non lo ha mai giudicato in grado di esercitare una vera leaderhip sul partito. “Gli manca un quid” sussurrò ai cronisti, lontano dai microfoni nel marzo 2012, a margine di un famoso e drammatico vertice PPE a Bruxelles. E non fu il solo schiaffo che assestò al segretario del partito da lui stesso lanciato come suo braccio destro.

E a Berlusconi da anni stava stretto anche il Pdl, altra sua creatura, nata dal famoso “discorso del predellino”, in piazza Duomo a Milano. “Non ha appeal” era il tormentone ripetuto ad ogni riunione di partito. “La gente continua a chiamarlo “la” Pdl”. Meglio quindi cambiare. Non solo il nome, ma anche la natura del partito

Il Cav aveva ben chiaro questo progetto (scaricare Alfano e il Pdl) quando sabato scorso ha incaricato il suo avvocato, Ghedini, di comunicare al segretario ancora in carica del partito che era tempo di dimettersi da vicepremier, insieme agli altri 4 ministri: un ennesimo schiaffo, in pubblico e non casuale.

Lo strappo era già deciso, la strategia da seguire anche. Una sorta di “scissione controllata” voluta forse più da Berlusconi che da “Angelino”. Partito il treno della sfiducia, però, ogni ipotesi di ricucitura era destinata a fallire.

E’ bene tuttavia chiarire un punto: non sono stati i “falchi” a convincere Berlusconi della necessità di chiudere l’esperienza delle larghe intese. La dinamica è stata esattamente l’opposta, e in questo, ma solo in questo, ha ragione Sallusti. Il capo-falco in questa vicenda è Berlusconi, che non è stato “manipolato”, ma al contrario si è circondato delle persone che giudica a lui più utili al suo progetto in questa fase politica.

E’ possibile, anzi è probabile che il Cav abbia fatto male i suoi conti. E non sono da escludere cambi di direzione anche improvvisi. Nelle prossime ore e nei prossimi giorni lo sapremo.

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