Coronavirus il rischio è globale; il sovranismo non serve

Si è detto che l’epidemia Covid-19 è diversa dalle altre perché è la prima dell’era dei social media. È vero, ma sarebbe più corretto dire che è la prima dell’era della globalizzazione totale, della quale i social media sono il simbolo più rappresentativo. Non c’è mai stato in passato un così ampio, “universale” movimento di uomini e di merci, mai una così forte interdipendenze fra tutti i paesi del globo, mai il mondo è stato così “piccolo”, interconnesso e interdipendete, a dispetto dei sovranismi che tentano di correggere la globalizzazione ma non fanno altro che esaltarne la necessità.

Non sappiamo al momento quale sviluppo avrà da diffusione del coronavirus: se l’epidemia sarà destinata a diventare una pandemia, come sembra possibile, e se il tasso di mortalità resterà relativamente basso, come ci si augura, o aumenterà. Sappiamo tuttavia che provocherà, oltre all’inevitabile e già ben visibile shock sociale anche un ben più duraturo e pesante contraccolpo economico. La Cina esporta l’80 per cento delle merci che produce, e se la “fabbica del mondo”, oggi orientata verso le moderne tecnologie, si ferma, tutto il mondo si ferma. Anche l’America di Trump subirà pesanti contraccolpi e l’imposizione di dazi alle merci cinesi o europee non è certo la terapia migliore per evitare che il mondo (e la stessa America) sprofondi in una recessione globale.

Un Rapporto del 2019 sui rischi sanitari globali redatto da OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e Banca Modiale ci informa che fra il 2011 e il 2018 in 172 paesi si sono verificati 1483 eventi epidemici. A sopportare in massima parte il peso sociale ed umano di queste epidemie/pandemie sono state le fasce più deboli della popolazione nei paesi meno sviluppati. Ma il costo economico ha interessato in diversa misura tutti i paesi del mondo. In questa sintesi il costo globale di alcune fra le principali pandemie espresso in miliardi di dollari

Il citato Rapporto stima che una pandemia influenzale della gravità della “Spagnola” del 1918 avrebbe un costo per l’economia globale pari a 3 milioni di miliardi di dollari, pari al 4,8% del Prodotto Interno Lordo mondiale. Il costo scenderebbe al 2,2 in caso di pandemia più moderata.

Queste fosche previsioni, fatte quando ancora non si parlava di Coronavirus, mostrano che quella stessa globalizzazione che ha consentito a centinaia di milioni di abitanti della Cina e del Sud Est asiatico di uscire da una storica condizione di povertà, ha anche determinato – e questo già lo sapevamo – anche una globalizzazione dei rischi.

Oggi la globalizzazion, specie in Occidente, non ha molti amici e il successo dei movimenti sovranisti in America e in Europa non è altro che una reazione a questo fenomeno. Ma non è chiudendo i confini e imponendo gabelle che si risolvono i problemi creati dall’apertura dei mercati, né si riducono i rischi sistemici, di ordine sia sanitario chee finanziario. Anzi bisogna cambiare rdicalmente direzione, perché la globalizzazione non finirà: una volta che il “fiume è diventato un oceano”, ha detto tre anni fa a Davos il presidente cinese Xi Jinping, non si può pensare di rinchiuderlo di nuovo con dighe e isole. Solo il multilateralismo e la cooperazione internazionale possono risolvere l’emergenza coronavirus e limitare i danni all’economia globale. E possono contenere i troppi rischi negativi della mondializzazione.

L’aternativa è l’eterna, demagogica caccia all’untore, al capro espiatorio, che è di volta in volta il cinese, l’italiano, l’africano, il bengalese e così via all’infinito.

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