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La prima e più importante partita da presidente del consiglio Matteo Renzi dovrà giocarla con l’Europa. Una partita decisiva, perché la modifica anche temporanea dei rigidissimi vincoli di bilancio europei è la sola strada per dare ossigeno ad un’economia in recessione. Ma è anche una partita non priva di rischi, dal momento che la ventilata apertura di Bruxelles all’ipotesi di una modifica dei vincoli del 3% potrebbe in realtà rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Come ha più o meno esplicitamente spiegato il presidente dell’Eurogruppo, Dijsselbloem, l’Esecutivo comunitario ha il potere di concedere più tempo agli stati, però dietro «condizioni supplementari». Quale sarebbe dunque le contropartite richieste? E’ a questo punto che tornano in ballo i famosi «contratti per le riforme», una sorta di accordo notarile fra Commissione e singoli stati membri, attraverso il quale vengono concessi finanziamenti o agevolazioni di bilancio ai paesi in difficoltà in cambio di un impegno sottoscritto per la realizzazione di un certo numero di riforme strutturali in tempi stabiliti. Anche se il dibattito su questi «contratti» (fortemente voluti dalla cancelliera Merkel e prontamente accettati, pur con alcune modifiche, dal presidente del consiglio Herman Van Rompuy) è ancora in uno stato embrionale, c’è il rischio concreto che essi finiscano per ottenere l’effetto opposto a quello desiderato: invece di liberare nuove risorse si rischierebbe di ingessare ulteriormente il sistema, come ha sottolineato recentemente il prof. Gustavo Piga in un appello pubblicato anche dal nostro sito.

Il tema dei «contractual arrengements» verrà affrontato nel vertice europeo del prossimo ottobre. Saremo in piena presidenza italiana. L’Italia, che ha bisogno di allentare i troppo rigidi vincoli di bilancio europeo, guarda ad essi con un misto di speranza e di sospetto. Il precedente governo non era pregiudizialmente contrario, ma neanche troppo convinto dell’urgenza di questi accordi. Cosa farà Renzi? Riuscirà a convincere i nostri partner, spesso prevenuti nei confronti del nostro paese, e non sempre a torto? E a sfruttare il favore con il quale la sua designazione alla guida del governo è stata accolta dalle cancellerie europee?

Il dibattito sugli «accordi contrattuali» dovrebbe avviarsi nel vertice europeo del prossimo ottobre, quindi in piena presidenza italiana. E fu proprio nella precedente presidenza del nostro paese, nel 2003, che venne concessa la deroga a Germania e Francia per sfondare il tetto del 3% del rapporto deficit\Pil. All’epoca al governo c’era Berlusconi, e la deroga certificò l’esistenza di un’Europa disuguale, pronta cioè a riconoscere i privilegi agli stati più potenti. Altri tempi, altri paesi, altri leader: ma questa volta c’è da sperare che l’Italia riesca a giocare meglio le sue carte

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