SHARE

Chi sarà il nuovo presidente della Repubblica, se e quando Giorgio Napolitano rassegnerà le dimissioni, con ogni probabilità all’inizio del prossimo anno? Il toto-presidente già impazza sui media e a Montecitorio e circolano i nomi più stravaganti e inverosimili. Per tentare di fare un qualche ragionamento che non sia del tutto campato in aria, la prima operazione dovrebbe quindi essere quella di ricordare le regole del gioco ed i precedenti. Quindi si tratta  di provare a definire un identikit del possibile candidato, in modo da “scremare” la vastissima platea dei papabili dai nomi che hanno pochissima o nessuna chance di essere eletti.

Intanto una premessa. Il nome “vero” del futuro presidente della repubblica già esiste nella mente di qualche influente leader politico o alto rappresentante istituzionale. Ma quel nome è “segretato” nel riserbo più assoluto di una cerchia ristrettissima di persone. Se uscisse fuori prima dell’ultimo minuto utile sarebbe automaticamente bruciato.

Nei prossimi mesi si assisterà quindi al un gioco al massacro, nel quale i nomi di possibili candidati verranno resi pubblici al solo scopo di toglierli di mezzo. Si è cominciato con il solito nome, Romano Prodi, rilanciato da Pippo Civati  che sogna di riagganciare attraverso la candidatura del professore un impossibile dialogo con il M5S. Ma Prodi, uomo fin troppo esperto di questi giochini, ha fiutato il trappolone e ha detto un “no” preventivo. Si continuerà con Stefano Rodotà, il cui nome è pure ricominciato a circolare in questi giorni. Sarebbe strano se non si tornasse a parlare anche di Franco Marini, e di tutti gli altri candidati sacrificati sull’altare degli opportunismi parlamentari nel 2013. Nessuno di questi ce la farà.

Guardando alle passate elezioni presidenziali, si possono trarre alcune utili indicazioni:

1) Degli 11 presidenti della  storia repubblicana, ben 7 sono stati presidenti della camera o del senato. Tutti gli altri hanno avuto un ruolo importante nella politica o nelle istituzioni italiane, come presidente del consiglio o ministro degli interni.

2) Nessuno dei passati presidenti, prima di essere eletto, è stato un personaggio di spicco della politica italiana. Nella quasi totalità dei casi la più alta magistratura dello stato è stata attribuita a personalità di scarso rilievo politico. Spesso entrarono nel palazzo che fu dei Papi degli illustri sconosciuti; i “numeri uno”, i big della DC ad esempio, da Andreotti a Fanfani a Forlani, non riuscirono mai ad infrangere questa regola non scritta, nonostante i ripetuti tentativi. E lo stesso è avvenuto nella cosiddetta II Repubblica.

3) Ad esprimere il presidente della repubblica è il partito di maggioranza relativa, nel caso specifico il PD. Ma per avere successo il candidato deve essere gradito ad una platea più ampia, la più vasta possibile, in modo da superare eventualmente le forche caudine delle prime 3 votazioni a maggioranza dei 2/3. E’ la stessa Costituzione a raccomandare e in qualche modo ad imporre attraverso un rigoroso sistema di elezione, che venga scelto come rappresentante dell’unità nazionale un uomo che goda del più ampio consenso dell’assemblea dei Grandi Elettori. Ciononostante, appena 2 presidenti su 11, Cossiga e Ciampi, furono eletti al 1° scrutinio, quando la maggioranza richiesta è altissima: i 2/3 dell’assemblea, cioè 672 voti. Tutti gli altri vennero eletti dopo il 4° scrutinio, a maggioranza assoluta.

4) la prima elezione di Napolitano, il 5 ottobre 2006, segnò in un certo senso una rottura con la prassi precedente, sia perché per la prima volta entrava al Quirinale un ex comunista, sia perché la sua elezione venne decisa con i voti della sola maggioranza del governo di centrosinistra, in qualche modo “contro” la minoranza berlusconiana.

Mettendo insieme questi precedenti se ne potrebbero trarre alcune conclusioni provvisorie, suscettibili però di possibili modifiche anche radicali: il prossimo presidente potrebbe avere un alto profilo istituzionale, come ex presidente del consiglio o delle camere, o ministro; sarà espressione della maggioranza renziana, ma non sgradito alla destra di Berlusconi (sempre che il Patto del Nazareno regga) e a quella di Alfano; non sarà un leader politico di primo piano, come lo stesso Renzi o Berlusconi; potrebbe essere eletto (se non si troverà un’intesa fra Renzi e Berlusconi o, cosa assai improbabile fra Renzi e 5 Stelle), dopo il 4° scrutinio con i voti della sola maggioranza.

Bisogna inoltre ricordare che il candidato deve aver compiuto i 50 anni di età: il che esclude automaticamente alcuni nomi, ad esempio Enrico Letta (che comunque non è certamente nel cuore del premier). Inoltre, come ha detto la presidente di Montecitorio Laura Boldrini, in una sorta di autocandidatura, questa volta potrebbe essere importante anche la questione di genere. In altre parole, a parità di condizioni, potrebbe essere preferita una donna.

Moltissimi candidati corrispondono a questo identikit. Per fare solo alcuni esempi, fra quelli che circolano con maggiore insistenza, la ministra della Difesa Pinotti, la citata Boldrini, Pietro Grasso, presidente del Senato e così via. Ma c’è anche un’altra possibilità che nel solito gioco al massacro si esauriscano tutte le candidature disponibili. Ed allora uscirebbe l’outsider, che potrebbe anche costringere il parlamento a rimettere tutto in discussione.

 

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here