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C’è in giro da tempo un’idea stravagante sulla politica: che cioè un paese possa fare a meno di essa, anzi che possa essere governato correttamente solo da chi non ha mai fatto della politica una professione. Questa logica ha portato in parlamento e in molte amministrazioni locali, schiere di giovani (e meno giovani) onesti ma del tutto incompetenti.

Non c’è dubbio che questo sentimento abbia motivazioni profonde: derivi cioè in larga misura dalla gestione sciagurata della cosa pubblica da parte della classe politica della I e soprattutto della II Repubblica. Ma non sarebbe giusto non riconoscere che ci sono differenti livelli di responsabilità fra partiti e fra i singoli esponenti politici, e che fare di tutta l’erba un fascio non è giusto né intelligente.

Resta comunque il fatto che la conoscenza, la cultura, la formazione e l’esperienza sono fondamentali per chi ricopre incarichi pubblici, per chi cioè opera in nome e per conto dei cittadini. E l’onestà è importante, ma non non è la sola caratteristica che è richiesta ad un politico.

Forse, allora, sarà opportuno ricominciare a considerare la politica alla stregua di una professione come le altre, anzi più importante e nobile delle altre, perché essa è una parte essenziale e costitutiva della società umana.

In fondo, il problema di fondo dell’Italia non è solo lo spaventoso livello di corruzione della sua classe dirigente: è anche la qualità scadente del personale politico, specie di quello proveniente dalla cosiddetta “società civile”. Non è un problema nuovo. Già un secolo fa un grande filosofo, ormai dimenticato, come Benedetto Croce, segnalava la stranezza del comportamento di chi, per curare un proprio malanno o sottoporsi ad un’operazione chirurgica, non chiede “un onest’uomo […], ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di capacità operatoria, mentre, nelle cose della politica, si chiedono, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di altre attitudini”.

Certo nell’epoca post-Tangentopoli e di Mafia Capitale, l’onestà non è una variabile secondaria: ma non lo è neanche la preparazione “tecnica” e l’attitudine a fare politica. Sarebbe auspicabile che i politici del Terzo Millennio riassumessero in sé ambedue queste caratteristiche, onestà e competenza. Sarebbe il miglior antidoto contro la demagogia e il populismo dilaganti.

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