Voto o non voto? parte il “big game” della crisi

Il tweet con il quale il premier prende atto della fine dell’esperienza della Grande Coalizione non è solo una replica a Berlusconi: è un urlo di rabbia in faccia al nemico di sempre, secondo uno stile che non appartiene davvero a questo presidente del consiglio.

Non che Letta non avesse ragione di essere infuriato con il Cav, non fosse altro che per la tempistica con la quale ha avviato la crisi. Berlusconi ha annunciato le dimissioni dei parlamentari Pdl nel momento in cui lui stava per prendere la parola alle Nazioni Unite, lo ha costretto a cancellare un viaggio negli emirati preparato con estrema cura e finalizzato ad attrarre investitori istituzionali verso il nostro paese. Insomma uno “sputtanamento” internazionale senza precedenti. Basti ricordare che un’analoga missione dell’allora premier Mario Monti due anni prima, aveva ottenuto buoni risultati, se non altro sul piano dell’immagine internazionale dell’Italia.

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Ma il risentimento, forse, non è l’unica ragione della sfuriata di Letta. Se Berlusconi si prepara alla campagna elettorale (una strana campagna elettorale, destinata a durare mesi o forse anni), anche Enrico Letta mette a punto le sue mosse. Prende le distanze dal nemico pubblico n.1 del popolo del Pd, dichiara sepolta per sempre l’alleanza con la destra berlusconiana, si rimette insomma in gioco “a sinistra”, candidandosi a guidare il paese non solo prima, ma anche dopo il voto; entrando però in tal modo in rotta di collisione con Matteo Renzi. Il quale, a questo punto, ha tutto l’interesse ad approfittare della crisi per accelerare il ritorno alle urne. In fondo è proprio su questo che conta Berlusconi quanto chiede elezioni in tempi brevissimi. Il partito del voto subito conta adepti sia a destra che a sinistra, ma dovrà vedersela con Napolitano. E non sarà facile.

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